1) Aveva proprio ragione la nonna, quando affermava che non si finisce mai d’imparare: sia pure con un notevole ritardo[1], imputabile solo a me stesso, ho appreso, in un colpo solo, tanti di quei concetti da aver da meditare, se Manitù[2] me ne desse la possibilità, per tutto il Terzo Millennio.
In primo luogo, sono rimasto folgorato, quasi come Paolo sulla via di Damasco, dalla veramente sottile distinzione, operata da Erri de Luca[3], tra ateo e non credente, nonché dalla Sua definizione dell’ateo:
“L’ateo ha risolto la faccenda una volta per tutte.
Esclude la divinità e non ha stima di chi la riconosce.
Per l’ateo la persona di fede è un sano che ricorre ad una protesi, uno che inganna se stesso.
L’ateo non ha un sentimento di superiorità, ma attribuisce a chi non[4] ha fede una volontaria condizione di inferiorità.
Il suo piano è per forza sopraelevato rispetto a quello di chi si abbassa e si umilia di fronte alla divinità”[5].
Io non so quanti atei abbia conosciuto Erri de Luca in vita sua, per fare un’affermazione così categorica.
Comunque, a prescindere dal numero, gli atei, incontrati da Erri de Luca, dovrebbero essere proprio dei soggetti molto poco raccomandabili, se meritano un simile trattamento.
Essendo iscritto sia all’UAAR[6], sia a Civiltà Laica, penso di conoscere moltissimi atei; non escludo che alcuni potrebbero rientrare nella definizione che ne dà Erri de Luca.
Comunque, ardisco ipotizzare che la loro percentuale sia, magari di poco, inferiore a quella dei fedeli, di qualsiasi religione, che sono assolutamente convinti che il loro: “… piano è per forza sopraelevato rispetto a quello di chi si abbassa e si umilia di fronte” ad una divinità diversa dalla loro.
Inoltre, queste “persone di fede” sono talmente persuase della propria superiorità che, dal profondo della loro inesauribile bontà, non si fanno scrupolo di scatenare quelle che, non a caso, vengono definite guerre di religione, per “innalzare alla contemplazione della Vera Fede”, coloro che si ostinano a rimanere nella loro condizione di “poveri di spirito”.
Certo, in questo modo accade che molti “inferiori” perdano la vita, ma, trattandosi dell’esistenza terrena, questa perdita non è in alcun modo paragonabile all’enorme guadagno rappresentato dal conseguimento della vita eterna.
Se non stessimo parlando di tragedie dell’Umanità, potremmo dire che il “bello” di questi massacri in nome della “Vera Fede” è rappresentato non tanto dalle persecuzioni degli Ebrei ad opera dei Cristiani, o dagli stermini dei Cristiani a danno dei Musulmani e viceversa, ma dalle stragi di coloro che, pur credendo nello stesso Dio, hanno una concezione religiosa in parte diversa.
Questo testimoniano, in ambito cristiano, i conflitti sanguinosissimi tra Cattolici ed Ortodossi, nonché tra Cattolici e Protestanti; in ambito musulmano, tra Sunniti e Sciiti; esemplari, infine, sono gli eccidi, all’interno della stessa confessione religiosa, di coloro che “hanno la sfortuna” di essere eretici.
Le persone di fede, di cui parla con così tanto trasporto Erri de Luca, hanno, quindi, fattivamente contribuito a trasformare la Terra in un osceno mattatoio; sarebbe, pertanto, interessante sapere quali siano stati i misfatti equivalenti perpetrati dagli Atei nei confronti dei credenti di qualsiasi religione, visto che la Storia non conserva memoria di guerre scatenate da coloro che non “hanno l’inarrivabile dono della Fede”.
Scritto da: Valerio Bruschini
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