20 Dic 2009

Requiem in blu

Quando muore un operaio è come se non fosse morto niente
e la vita riprende come prima, senza sussulti e senza cambiamenti.Quando muore un operaio la tv si indigna, ma per finta.
Subito si annoia di una banalità scontata.

Trent’anni, o giù di lì. Padre di famiglia.
E si schiude uno sbadiglio in dissolvenza.
Quando muore un operaio c’è qualcuno che domanda:
Ma che ci sono ancora gli operai? Non si sono estinti
per via di un cataclisma o trasformati in stormi
per volare lontano, in Cina, in India o in Romania?
Quando muore un operaio scopri il suono di parole nuove,
sodio solfidrato e acido cloridrico.
Ma come cazzo si fa a lavorare tra quella roba lì?
E finisci per baciare con trasporto la scrivania.
Quando muore un operaio c’è sempre qualcuno che ti dice
“E’ stata una triste fatalità!”.
E così i padroni si autoassolvono al pensiero
di non essere padroni del destino.
Quando muore un operaio i politici sono solidali,
vestono la faccia di sgomento e dicono: “Mai più!
Prenderemo misure efficaci,
valuteremo l’opportunità di attenzionare…”.
Quando muore un operaio mica è morto un militare
che tutti si mettono all’impiedi per salutare i “nostri ragazzi”
caduti difendendo l’onore della Patria.
Si rimane seduti, quando muore un operaio.
Quando muore un operaio
ti accorgi che ha la tua stessa età e la tua stessa faccia
le stesse scarpe da calcetto
sporche di erba e di terriccio.
Quando muore un operaio
tutti ti diranno che è morto un giovane,
un padre, un figlio o un italiano. Non un operaio.
Perché quella parola è morta prima di lui.
Quando muore un operaio, infatti, è come se non fosse
morto niente
e la vita riprende come prima: occhi bassi e rabbia
muta in corpo.

Francesco Borzini

Dal mensile “La Pagina” del Dicembre 2009

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