Una mappa dell’Africa se non fosse stata colonizzata. Nessuno dei confini coincide con quelli siglati a Berlino a fine Ottocento

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Cosa sarebbe successo se l’epidemia di peste nera che ha più che decimato la popolazione europea tra il 1346 e il 1353 fosse stata ancora più mortale? Gli spagnoli non si sarebbero ripresi abbastanza da mettere in atto la Reconquista, ad esempio, e la tratta degli schiavi probabilmente non sarebbe mai iniziata; così, con ogni probabilità, non sarebbe mai avvenuta nemmeno la Conferenza di Berlino del 1884-85, quella con cui i regni del Vecchio continente si sono spartiti in via ufficiosa il territorio africano.

Il progetto dell’artista svedese Nikolaj Cyon si basa su queste premesse ucroniche, ma da esse parte per disegnare una mappa dell’Africa “come sarebbe stata”, con confini di Stati, regni, sultanati ed emirati che oggi non esistono. Il continente alternativo non si chiama nemmeno Africa, in omaggio a chi vede in questo nome un’altra imposizione dei conquistatori bianchi: il suo appellativo è Alkebu-Lan, un’espressione araba che vale “Terra dei neri”. Per distorcere la percezione europeo-centrica dell’Africa, il progetto assume peraltro una prospettiva geografica ribaltata.

Al di là di sei super-Stati (Al-Maghrib, Al-Misr, Songhai, Ethiopia, Kongo e Katanga), l’immensa superficie africana è ripartita in una miriade di nazioni di superficie piccola o piccolissima. Per tracciare i suoi confini allostorici, Cyon si è servito di un set di criteri che spaziano da lingue e dialetti comuni alla presenza di confini naturali, e da regni storici preesistenti ad affinità culturali. Piuttosto eloquentemente, nessuno dei numerosi borders stabiliti coincide con quelli siglati a Berlino a fine Ottocento.

Com’è facilmente intuibile dopo un primo sguardo alla cartina, l’Islam ha conquistato Alkebu-Lan, e la massiccia presenza di califfati, sultanati ed emirati lo sottolinea ulteriormente. Big Think, in maniera interessante, si chiede se questo scenario non varrebbe in fondo l’imperialismo storicamente esistito, quello europeo, «ma questo è materiale per un altro esperimento». Studiando la mappa, si nota come anche la Sicilia fa parte del continente africano – si chiama Siqilliyya Imārat, Emirato di Sicilia – mentre la maggior parte della penisola iberica è una colonia di Al-Maghrib, super-Stato che si estende grosso modo sulla superficie dell’attuale Marocco.

Fonte: http://www.rivistastudio.com/cose-che-succedono/africa-senza-colonizzazione-europea.

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Guerre. Terzani: “non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore”.

La guerra delle chiacchiere contro l’Isis
di Antonio Cipriani

La notte di terrore di Parigi dimostra, anzi conferma una cosa su tutte le altre: siamo indifesi. E che questi ultimi decenni di corsa al riarmo mondiale, alla sicurezza anche a danno della democrazia, alle guerre contro tutto e contro tutti, delle città blindate e delle paure costanti, non sono serviti certo a difenderci. Non sono serviti questi decenni di sangue e bombe, di droni e paure, di esaltazione di intellettuali del piffero a tenere sicuro il mondo, a spegnere i focolai di terrorismo. Anzi, non volendo certo semplificare una situazione assai complessa, possiamo però dire che l’intero sistema bellico-finanziario nato dopo la caduta del muro di Berlino, per motivi che un giorno forse gli storici riusciranno a spiegarci, ha costruito questo destino di orrore e instabilità nel mondo e di riflesso nel cuore delle nostre città, che fanno parte del mondo.
Probabilmente un giorno capiremo che gli stregoni delle analisi geopolitiche e dell’intelligence, i think tank tanto celebrati, hanno fatto ridere i polli. Per incompetenza (è una possibilità che questa epoca non nega ai vertici) o per superficialità. Per miopia o ignoranza storica, incapacità di capire che la storia infila le radici in un terreno che è quello della mentalità. E che questo terreno precede ogni azione, facendone seccare gli entusiasmi o alimentandone gli eccessi. Dipende da come viene coltivato. Continua

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Premesso che non sono razzista, gli Africani contemporanei sono insopportabili

Carissimi africani, come va?

Qui è l’Europa che vi parla! Da Bruxelles, avete presente?
Pensate che, proprio da qui, giusto un secolo e mezzo fa, ci si divertiva a farvi lavorare gratis nelle piantagioni e nelle miniere per la maggior ricchezza di Re Leopoldo, però dai, ragazzi, noi ci si conosceva già da parecchio prima: quando tutti insieme – Inglesi, Olandesi, Portoghesi, Spagnoli etc. – abbiamo messo in catene 12 milioni di voi per venderli in America, ed anche lì è stato un bel business.
D’accordo, un paio di milioni ci sono rimasti durante la navigazione, ma pazienza: su quel lucrosissimo commercio triangolare abbiamo costruito la nostra Rivoluzione Industriale, quella che voi non avete avuto.

Poi, però, portarvi di là in catene non ci bastava più ed allora abbiamo pensato di prendere direttamente le vostre terre, perché abbiamo scoperto che erano piene di roba che ci poteva essere utile.
I Francesi hanno iniziato dal nord e gli inglesi da sud, un po’ di stragi a schioppettate ed è diventato tutto roba nostra.
Anche i Belgi, si diceva, si sono dati da fare, pensate che a un certo punto il loro Impero era composto al 98 per cento di terre africane.
Poi, si sono mossi i Tedeschi; infine, gli Italiani, insomma dopo un po’ non c’era più un fazzoletto di continente che fosse vostro, che ridere.
A proposito degli Italiani, come sempre sono arrivati ultimi, però si sono rifatti con il record di prima nazione al Mondo, che ha usato i gas sui civili, ad un certo punto donne e bambini si ritrovavano dentro una nuvola di iprite e morivano a migliaia tra orrendi spasmi.
«Mica vorranno che gli buttiamo giù confetti», disse il Generale De Bono, che simpatico burlone.
Il bello è che chi si trovava nei dintorni moriva anche una settimana dopo, il corpo pieno di devastanti piaghe, per aver bevuto l’acqua dei laghi piena di veleno, che fresconi che siete stati a non accorgervene.

Finito il Colonialismo – ormai vi avevamo rubato quasi tutto, dai diamanti alle antiche pergamene amhare – non è che ci andasse proprio di levare le tende ed allora abbiamo continuato a controllare la vostra politica e la vostra economia, riempiendo d’armi i dittatori, che ci facevano contratti favorevoli, quindi comprando a un cazzo ed un barattolo quello che ci serviva in Europa, devastando i vostri territori ed imponendo le nostre multinazionali per quello che abbiamo deciso dovesse essere il vostro sviluppo.
Voi creduloni ci siete cascati ancora e ci siamo divertiti così per un altro mezzo secolo.
Se, poi, un dittatore si montava un po’ la testa e pensava di fare da solo, niente di grave: lo cambiavamo con un altro, dopo aver bombardato un po’ di città e aver rifornito di cannoni le milizie che ci stavano simpatiche, per massacrare quelle che ci stavano antipatiche.
Del resto da qualche parte le mitragliatrici od i carrarmati, che produciamo, li dobbiamo pure piazzare; qui, in Europa, siamo in pace da settant’anni e mica possiamo rinunciare ad un settore così florido.

Negli ultimi venti-trent’anni poi abbiamo creato un modello nuovo, che si chiama iperconsumismo e globalizzazione, allora abbiamo scoperto che l’Africa era perfetta per comprarsi tutto quello che noi non volevamo più, perché noi dovevamo possedere roba nuova e con più funzioni, così abbiamo trasformato il porto di Lomé in un immenso centro di svendita dei nostri vecchi telefonini e delle nostre vecchie tivù, tanto voi sciocchini vi comprate tutto pur di cercare di essere come noi.
Già che c’eravamo, abbiamo usato i vostri Paesi come discarica dei nostri prodotti elettronici ormai inutilizzabili, quelli che nemmeno voi potevate usare.
Pensate che curiosa, la vita di un nostro accrocco digitale: inizia grazie al coltan per cui vi ammazzate nelle vostre miniere e finisce bruciando tra gas cancerogeni nelle vostre discariche; in mezzo ci siamo noi che intanto ci siamo divertiti o magari abbiamo scritto post come questo.

Insomma, ragazzi, siete nella merda fino al collo e ci siete da tre-quattrocento anni, ma a noi di avere avuto qualche ruolo in questa merda non importa proprio niente, non abbiamo voglia di pensarci e abbiamo altro da fare.
Negli ultimi tempi poi, con questa storia dei televisori, dei computer e delle parabole satellitari, purtroppo siete cascati in un altro increscioso equivoco, e cioè vi siete messi in testa che, qui, in Europa, si sta meglio: ma come fa a venirvi in mente che vivere in una casa con l’acqua corrente e l’elettricità sia meglio di stare in mezzo al fango e tra quattro pareti di lamiera ondulata?
Bah, che strani che siete.
Anche questa cosa che avere un ospedale è meglio che morire di parto, o che uscire di casa a prendere un autobus sia meglio che uscire di casa e prendere una mina, o che mangiare tre volte al giorno sia meglio che morire di dissenteria per malnutrizione, che noia, mamma mia.
Così alcuni di voi, di solito i più sfigati, hanno iniziato a lasciare la baracca e le bombe, per attraversare prima il deserto poi il mare e venire qui a rompere i coglioni a noi.
D’accordo, quelli che lo fanno alla fine sono poche decine di migliaia rispetto ad oltre un miliardo di voi, perché non a tutti piace l’idea di morire nella sabbia o in acqua, e gli emigranti sono pochini anche rispetto a noi, che siamo mezzo miliardo, ma insomma, ve lo dobbiamo dire: ci stanno sui coglioni lo stesso e quindi non li vogliamo, perciò abbiamo deciso che devono tornare nel buco di culo di posto da cui vengono, anche se lì c’è la guerra, la fame, la malaria e tutto il resto di quelle cose lì. Tanto più che quelli che vengono qui mica stanno sempre bene, alcuni hanno pure la scabbia, e a noi non è che ci interessa perché hanno la scabbia, ci interessa che non vengano qui, è chiaro?

Concludendo, con tutta l’amicizia e senza nessun razzismo – ci mancherebbe, noi non siamo razzisti – dovreste gentilmente stare fuori dalle palle e vivere tutta la vita nell’inferno che vi abbiamo creato.
E se fate i bravi, un lavoro in un cantiere di Addis o in una miniera di Mbomou per due dollari al giorno potete anche trovarlo, con un po’ di culo, purché naturalmente a quella cifra lavoriate dieci ore dal Lunedì al Sabato a chiamata giornaliera, e non diciate troppo in giro quanta gente ci schiatta ogni giorno.
Se poi trasportate sacchi anche la Domenica full time vi diamo qualcosa di più, così magari tra un po’ potete comprarvi un altro nostro televisore di scarto, però – mi raccomando – da usare lì, nella baracca piena di merda di capra in cui vivete.
Contenti? [1]

NOTE
[1] Alessandro Gilioli, “Carissimi africani, come va?”.
NB Il titolo è da intendere come autoironico, pur se di un’ironia amara.

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25 NOVEMBRE GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE: Donne latinoamericane contro il Neoliberismo

1909-6 Donne Invisibili
Donne invisibili, ma impegnate in una lotta quotidiana contro un sistema economico che le sfrutta e ne riduce le libertà e i diritti, ma anche contro il maschilismo ed il patriarcato, l’esclusione e la marginalità.
Ricacciate nell’ombra dalla storiografia.
Con questo libro [1] escono finalmente dall’oscurità.

Roma, Martedì 25 novembre, ore 18.00
Libreria Arion Monti, via Cavour 255 (angolo via dei Serpenti)
L’autrice ne parla con:
Geraldina Colotti, “Il Manifesto”
Valeria Ribeiro Corossacz, Antropologa, Università di Modena e Reggio Emilia
Modera Isabella Peretti, curatrice della collana Sessismo&razzismo

“Continente seduttore e spaventoso”.
Così Laura Fano Morrissey definisce l’America Latina.
Un territorio sul quale l’Europa si gettò fino a farne una tabula rasa, per rendere possibile la costruzione di un mondo nuovo, a sua immagine e somiglianza. Continua

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