Non c’è liberazione se si alzano muri.

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Lettera aperta alle donne che vogliono un altro genere di Europa
Il 25 Aprile festeggeremo, come sempre, l’anniversario della Liberazione.
Ma in quale liberazione oggi possiamo riconoscerci come cittadine europee?
Di fronte alle tragiche morti nel Mediterraneo, e alla terribile condizione di migliaia di richiedenti asilo davanti alle frontiere chiuse e ai fili spinati, c’è chi in nome dell’Europa pronuncia parole intrise di razzismo e di crudele indifferenza.
Rinascono – o forse non sono mai scomparse – regressive logiche patriarcali e nazionaliste nemiche dei diritti umani e delle libertà.
Poter andare dove si vuole, dice Hannah Arendt, è il gesto originario dell’essere liberi, e questo le donne lo sanno bene.
Sbarrare le porte dell’Europa a migliaia di persone in fuga da guerre e violenze, o costringerle ad ammassarsi nei disumani campi profughi, davanti a frontiere improvvisamente risorte nonostante Schengen, significa violare i loro diritti e accettare anche di vederle morire davanti ai nostri occhi, com’è accaduto tempo fa alla frontiera macedone dove tre giovani, tra cui una donna, sono stati travolti dai gorghi del fiume Suva Reka nel tentativo di passare a nuoto il confine. Ma non basta. Adesso istituzioni e governi propongono respingimenti collettivi con il ricorso a forze di polizia eufemisticamente chiamate “Guardia costiera e di frontiera europea”.
“Se non saremo in grado di proteggere le nostre frontiere esterne allora questo potrebbe portare a una grave perturbazione del nostro mercato interno”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel.
Grave perturbazione del mercato? Continua

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La storia sconosciuta della lotta delle donne curde

Donne del Kurdistan
La guerra in Medio Oriente contro lo Stato islamico d’Iraq e di Levante (ISIL) ha attratto l’attenzione del mondo intero sulla regione.
L’attenzione si concentra in particolare sulle donne combattenti curde, che hanno anche abbellito la copertina di riviste femminili, come Marie Claire .
Questa esplosione di copertura mediatica non è solo sensazionalista,ma sottovaluta anche tutta una storia di donne curde nella loro richiesta di riconoscimento politico e per la loro lotta per l’uguaglianza di genere. Continua

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25 Novembre a Roma: presidio all’Ambasciata turca contro l’ISIS [foto ]

25 Novembre 2014
Oggi, 25 Novembre, abbiamo esposto uno striscione sotto l’ambasciata turca ed il Ministero della Difesa, contro l’ISIS e l’Imperialismo.

Perché l’ISIS é violenza sulle donne e l’Imperialismo ne è padre e complice!
Perché l’oppressione di genere e di classe, che l’ISIS persegue nei territori di conquista, non sono altro che il frutto più barbaro di questa società capitalista e della sua espressione suprema: l’Imperialismo.

Siamo contro questo sistema, contro l’Imperialismo del Califfato, dello Stato Turco che lo sostiene, dell’Italia, che continua ad intrattenere eccellenti rapporti commerciali – politici – militari con la Turchia, della NATO, che l’ISIS ha generato ed i cui crimini contro l’umanità sono già incalcolabili.

Siamo con le donne kurde, per la rivoluzione sociale del Rojava, per la liberazione delle donne!

Il 25 Novembre è nostro, è delle donne che si ribellano!
È delle sorelle che si battono contro il femminicidio per un cambiamento della società a 360° ed oggi sono al fianco delle combattenti kurde!

http://www.autistici.org/mailman/listinfo/tavolo4flat.

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Le compagne del movimento femminista proletario rivoluzionario

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25 NOVEMBRE GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE: Donne latinoamericane contro il Neoliberismo

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Donne invisibili, ma impegnate in una lotta quotidiana contro un sistema economico che le sfrutta e ne riduce le libertà e i diritti, ma anche contro il maschilismo ed il patriarcato, l’esclusione e la marginalità.
Ricacciate nell’ombra dalla storiografia.
Con questo libro [1] escono finalmente dall’oscurità.

Roma, Martedì 25 novembre, ore 18.00
Libreria Arion Monti, via Cavour 255 (angolo via dei Serpenti)
L’autrice ne parla con:
Geraldina Colotti, “Il Manifesto”
Valeria Ribeiro Corossacz, Antropologa, Università di Modena e Reggio Emilia
Modera Isabella Peretti, curatrice della collana Sessismo&razzismo

“Continente seduttore e spaventoso”.
Così Laura Fano Morrissey definisce l’America Latina.
Un territorio sul quale l’Europa si gettò fino a farne una tabula rasa, per rendere possibile la costruzione di un mondo nuovo, a sua immagine e somiglianza. Continua

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Femminicidio a Terni – Comunicato stampa dei Centri Antiviolenza umbri

ByStefania
La notte tra il 28 e il 29 Ottobre 2014 a Terni, è stata uccisa Laura Livi, 36 anni, da suo marito Franco Sorgenti, 66 anni.
In casa c’erano i loro due figli di 2 e 7 anni, chiusi in camera dal padre, prima del premeditato assassinio.

Noi, socie dell’Associazione Libera…mente donna e operatrici dei Centri Antiviolenza di Terni “Liberetutte” e di Perugia “Catia Doriana Bellini”, siamo fortemente sconvolte per l’ennesimo atto di violenza contro una donna sfociato nell’assassinio.

Siamo estremamente indignate dal linguaggio dei media, che affrontano il tema del femminicidio utilizzando le parole: gelosia, passione, “lui era innamorato, ma troppo geloso”. Continua

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Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa

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Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa
Il nuovo orrore delle schiave rumene

Vittoria (RG) – «Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima no. Quella non possono toccarmela». Alina mi indica un locale in mezzo alla campagna. «Lì dentro succede tutte cose possibili». È uno dei pochi edifici che interrompe la serie infinita di serre. Il bianco dei teli di plastica va da Acate a Santa Croce Camerina. Siamo a Sud di Tunisi, terra rossa e mare azzurro che guarda l’Africa. Siamo nella “città delle primizie”, uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia. Il centro di un sistema produttivo che esporta in tutta Europa annullando il tempo e le stagioni. Gli ortaggi che altrove maturano a giugno qui sono pronti a gennaio. Un miracolo chimico che ha ancora bisogno di braccia.

I tunisini arrivarono già negli anni ’80, a frontiere aperte. Le dune di sabbia, il clima rovente, le case cubiche più o meno incomplete ricordavano la nazione di provenienza. Hanno contribuito al miracolo economico della provincia – l’oro verde – e poi sono stati sostituiti senza un grazie. Dal 2007 arrivano nuovi migranti che lavorano per metà salario. I rumeni. E soprattutto le rumene. Nell’isolamento della campagna sono una presenza gradita. Così è nato il distretto del doppio sfruttamento: agricolo e sessuale.

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Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».

«Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura si bloccherebbe», dice all’Espresso Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria. «C’è una buona integrazione, ma la violenza sulle donne è un peso sulla coscienza di tutti. Un fenomeno disgustoso, anche se in regressione». Giuseppe Scifo della Flai Cgil spiega che allo sfruttamento lavorativo si aggiunge la segregazione. Per questo è stato avviato il progetto “Solidal Transfert”, un pulmino che permette di spostarsi senza dipendere dai padroni. «Ho conosciuto rumeni che non erano mai stati in paese», dice. Continua

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IL PESO DI UNO STUPRO

È ingombrante e pesante, ma lo porterà sulle spalle così come porta addosso il peso della violenza subita.
Emma Sulkowicz, studentessa della Columbia University, ha deciso di trascinarsi dietro il materasso dove è stata stuprata da un suo compagno di università.
Lo porterà con sé ovunque, a ogni lezione ed in ogni momento della giornata, finché non sarà fatta giustizia ed il suo aggressore non sarà bandito dal campus.
Il materasso rappresenta per Emma una doppia violenza: non solo quella perpetrata dal suo collega, ma anche quella dei poliziotti e dello staff universitario, che non hanno creduto alla sua testimonianza.

Emma è stata violentata due anni fa, ma ha aspettato alcuni mesi prima di sporgere denuncia.
Solo dopo l’incontro con altre due studentesse aggredite dallo stesso ragazzo, ha deciso di raccontare la sua storia ad un’apposita commissione disciplinare dell’università.
Nonostante le denunce delle tre studentesse, la Columbia University ha difeso il ragazzo e lo ha ritenuto “non responsabile”.
Meno del 5 per cento degli stupri nei college americani viene denunciato, secondo uno studio del dipartimento della Difesa americano.
La paura delle vittime di non essere credute, unita all’angoscia del dover raccontare ad un estraneo quello che si è subito, prevale sulla necessità di condannare l’aggressore.
La storia di Emma dimostra che si tratta di una paura fondata.
Durante l’udienza, tenutasi sette mesi dopo la denuncia, la ragazza è stata denigrata ed umiliata.
Un membro della commissione universitaria ha insistito nel chiederle come fosse possibile che fosse stata stuprata per via anale senza uso di lubrificante, costringendola a disegnare una bozza dei corpi per spiegarlo.
Domande di questo tipo hanno fatto sentire Emma “psicologicamente devastata, poi svuotata ed impaurita”. Continua

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UN GIORNO IN SIRIA TRA LE DONNE KURDE COMBATTENTI

Ecco un bel documentario che illustra la resistenza delle donne curde siriane al terrorismo fondamentalista islamico.
Queste donne combattenti appartengono all’Ypg, organizzazione creata per garantire l’autonomia del Kurdistan siriano sia di fronte al regime di Assad che ai tagliagole dell’Isis e simili, come ad esempio Al Nousra.

Un messaggio di pace e democrazia da una regione insanguinata.
Queste donne hanno consapevolmente imbracciato le armi in mancanza di alternative.
Uccidere è sbagliato, dicono, ma non abbiamo altra possibilità.
Criticano la società patriarcale ed il capitalismo.
Rivolgono un appello alle donne europee che sanno soffrire un’oppressione per molti versi simile a quella che vivono loro. Demistificano il discorso razzista di chi afferma che l’Islam è una religione oppressiva e misogina, affermando che la folle e mortifera linea dell’Isis non ha nulla in comune con la religione.

Le radici dell’oppressione nei confronti della donna sia essa velata o esibita come oggetto sessuale in vendita al miglior offerente (o entrambe le cose insieme, soluzione a quanto pare preferita dai terroristi), sono in un sistema mondiale di dominazione ed oppressione, che prescinde da ogni discorso religioso, usato strumentalmente solo come specchietto per le allodole.
Una trappola nella quale cadono i giovani europei che si arruolano sotto le bandiere di Al Baghdadi, così come gli scellerati che parlano di “scontro di civiltà” e si illudono che il problema sarà risolto con qualche bombardamento. Continua

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IO SONO UNA “TERRORISTA”

Qui sotto il manifesto recentemente diffuso dalle donne kurde

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Mentre sui media mainstream del ricco Nord del mondo appaiono immagini di donne kurde combattenti, che aiutano le/i profughe/i yazide/i, il PKK continua ad essere considerato un’organizzazione terroristica.
Che operazione si cela dietro questo doppio gioco?
Per offrire un paio di coordinate, che aiutino a rispondere a questa domanda, lascio la parola direttamente alle Compagne kurde.

Ieri
Io sono una “terrorista”.
Così cominciava l’intervento che Hevi Dilara, militante kurda del PKK, fece a Roma l’8 Novembre 2001, ad un mese dall’inizio della guerra in Afghanistan.
Ne riporto alcuni stralci (qui trovate l’intero intervento), quanto mai significativi in settimane in cui la pulizia etnica e gli stupri contro la popolazione yazida stanno diventando l’ennesimo pretesto per un intervento neocoloniale – che ovviamente già chiamano umanitario.

“È strano il rovesciamento dei concetti, specie in tempo di guerra.
I militari italiani combatteranno in Afghanistan fianco a fianco con quelle squadre speciali il cui nome suona sinistro in Turchia: “Ozel Tim”.
Sono coloro che sette anni fa torturarono in una cella me e mio padre, uno davanti all’altra.
Sono coloro che una settimana fa hanno ucciso sulla porta di casa Burhan Kocar, dirigente del Partito Hadep, e tre giorni fa hanno sparato sui corpi di detenuti già morenti per fame ad Istanbul.
Sono il simbolo del terrorismo di Stato che da quindici anni insanguina il mio paradiso, il Kurdistan.
[...] Neppure oggi, mentre nella mia terra permangono leggi d’emergenza e cinquemila militari turchi tornano a invadere il Kurdistan irakeno, abbiamo chiesto a nessuna alleanza internazionale di bombardare Ankara o Istanbul.
Le bombe alimentano rabbia, paura e guerra.
La giustizia non scende dai cieli né con le bombe né con gli aerei-bomba: può solo salire dalla terra, dal grido delle vittime.
[...] Noi lottiamo per esistere in pace e dignità.
La nostra Intifada si chiama Serhildan ed ha lo stesso significato della parola palestinese: camminare a testa alta.
Lottiamo contro una globalizzazione che nega i Kurdi, i Palestinesi, gli Indios, che nega interi continenti, ma anche bisogni e soggetti qui in Occidente.
Lottiamo per esistere liberi e uguali, non per schiacciare altri popoli”.

Oggi
Le bande ISIS, avendo una mentalità maschilista, che ritiene legittimo schiavizzare e vendere le donne, hanno sequestrato centinaia di donne Yezidi, le hanno vendute nei mercati degli schiavi e trasformate in concubine.
Centinaia di ragazze hanno subito mutilazioni genitali femminili (MGF), dopo l’occupazione di Mosul. ISIS sta cercando di trasformare le donne in un’ombra, spezzando la loro volontà e identità.
La base ideologica di queste bande è di schiavizzare, reprimere e sfruttare le donne, scrive il Movimento Europeo delle Donne Kurde (TJKE) nella sua dichiarazione
All’opinione pubblica internazionale e all’umanità che resiste”
che invito a leggere per intero.

Questo, un breve estratto:
“[...] Anche se ora gli USA e gli Stati dell’UE dicono che è in atto una tragedia umanitaria e che provvederanno ad aiuti umanitari è evidente che il loro contributo all’espansione ed alla radicalizzazione dei banditi di IS non spariranno per questo.
Allo stesso modo, non potranno nascondere il proprio silenzio di fronte agli attacchi al popolo palestinese.
La politica di questi Stati è una politica del divide-et-impera, che nutre conflitti tra gruppi etnici e religiosi nel Medio Oriente per rendere dipendente la regione, per poterla in questo modo sfruttare per i propri interessi imperialisti.[...]

Quando la strategia di dominio è, ancora una volta, quella del “Divide et impera”, saper essere “un corpo solo” diventa fondamentale.

Invito, allora, ad una attenta visione di “Come un corpo solo” – video intervista a Sakine Cansiz, militante kurda assassinata insieme alle sue compagne Fidan Dogan e Leyla Soleymez nel Gennaio 2013, a Parigi.

NOTE
[1] Poidimani Nicoletta, “Io sono una “terrorista””, 14 Agosto 2014.

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MARINES, JIHADISTI E STUPRI DI GUERRA

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Il dispiego militare Usa in Medio Oriente ha aumentato la richiesta di schiave sessuali ed il commercio di donne nella regione.
Mentre l’Isis inaugura la guerra santa del sesso.

Scrive  Nazanín Armanian:
“Le donne irachene, siano esse musulmane, cristiane, ebree o atee, non avevamo mai sentito il termine Yihad Al-Nikah, “Guerra Santa del sesso”.
È l’ “appello” dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) alle donne non sposate delle città conquistate ad offrirsi “volontariamente” ai ribelli, per trasformarsi in schiave sessuali attraverso matrimoni a tempo determinato in cambio di generi di prima necessità.
Un eufemismo per non dire prostituzione, proibita dall’Islam. Continua

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