Draghi Mario: da grande, faccio lo strozzino

La BCE impone il “congelamento” del 27% dei depositi delle banche greche.
Mario Draghi tira la volata alla linea euro-tedesca: o Tsipras capitola, o la Grecia è fuori dall’euro.

«Una democrazia non vale più delle altre» ha detto l’ineffabile Juncker.
Tranquilli, non si riferiva alla Germania, che notoriamente non pretende di contare più degli altri … Il Lussemburghese ha così dato la linea per l’Eurogruppo di oggi: nessuna concessione alla Grecia e, se accade l’irreparabile, la colpa sarà tutta di Atene. Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)

È Draghi a provocare la corsa agli sportelli in Grecia. Il resto è disinformazione.

“I guardiani della stabilità finanziaria  stanno deliberatamente provocando la corsa agli sportelli e mettendo a rischio il sistema europeo per la loro volontà fanatica di mettere in ginocchio la Grecia”: l’accusa non viene da un complottista da blog.
La scrive sul moderato ed ufficioso “Telegraph” Ambrose Evans-Pritchard,  il più stimabile giornalista economico europeo, non solo in Inghilterra.
Sono parole forti ed esprimono lo sdegno e lo sgomento per la demenzialità cieca ed irresponsabile con cui l’eurocrazia – aiutata da dementi politici dei Paesi “forti” –  sta portando al disastro il problema greco, giusto per mostrare il suo potere. Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)

Draghi affogherà nelle “acque inesplorate” della Grecia?

Mario Draghi

I cinque motivi di preoccupazione del capo dell’oligarchia eurista

Mario Draghi non è più tanto sicuro della famosa «irreversibilità» dell’euro.
Un dogma sul quale a Bruxelles e Francoforte si è sempre giurato (leggi QUI).
Certo, la parolina magica continua ad essere ripetuta, ma con quale convinzione lo ha confessato proprio il numero 1 della Bce.
Il quale, parlando ieri a Washington, ha detto che se la crisi greca precipitasse ci troveremmo in «Acque inesplorate». Continua

Mi piace(4)Non mi piace(0)

Draghi contestato a Francoforte ed “aggredito” con coriandoli


Draghi
Foto della saettante contestazione al “sacro” Draghi

La conferenza stampa del board della BCE, nella quale Draghi ha annunciato che la Banca Centrale Europea ha lasciato il tasso principale di rifinanziamento al minimo storico dello 0,05%, ha dovuto fare i conti con un imprevisto – un imprevisto del mestiere direbbe qualcuno. Continua

Mi piace(3)Non mi piace(0)

Padoan a “Ballarò” straparla di ripresa. È solo svalutazione dell’euro

Padoan
Il nostro Ministro dell’Economia Padoan, all’inizio, sembrava persona seria, poco propensa a fare dichiarazioni di qualunque genere, lavorava e stava zitto, non faceva propaganda.

Ed era esattamente ciò che deve fare un Ministro serio, perché, anche se ormai non lo dice più nessuno, non è compito dei Ministri (e tanto meno del Presidente del Consiglio) fare propaganda. Continua

Mi piace(1)Non mi piace(0)

Il ricatto (come volevasi dimostrare) di Draghi “il buono”

Draghi il buono
La porcata di Draghi il buono

Baci, abbracci e strette di mano, questa la cronaca della giornata di Tsipras in quel di Bruxelles.
Ma dopo che l’infido Juncker l’ha preso perfino per mano, a sera ha parlato Draghi il buono.
Quello che secondo le nostrane leggende tiene testa ai cattivi Tedeschi.
E che ha detto l’infame?
Una cosina semplice, semplice: o la Grecia china la testa, accettando la prosecuzione della “cura” della Troika, o le sue banche resteranno a secco di euri. Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)

Quantitative easing: crescita o bolla? La “seconda che hai detto”.

Draghi
Un commento a caldo sulle decisioni della Bce

Crescita o bolla? Prevedibilmente, la “seconda che hai detto”.
Tutto lascia pensare che le decisioni della Bce avranno ben poco effetto sull’economia reale. D’altronde, l’opinione di molti economisti è che le bolle speculative siano assolutamente necessarie. Nelle parole di Larry Summers, che fu anche Ministro di Clinton, si tratta sì di una droga, ma di una droga assolutamente necessaria.
Senza di essa il sistema si inceppa.
E proprio parafrasando un noto slogan clintoniano, potremmo dire:
“È il capitalismo-casinò, bellezza!”.Fa un po’ sorridere, dunque, il trionfale commento di Padoan, che ha detto che «ora le famiglie possono cominciare a spendere».
E perché mai? Il loro reddito è forse in risalita?
Ma lasciamo perdere, che ad andar con gli zoppi, si impara a zoppicare.
Se poi lo zoppo è così ciarliero come il suo attuale principale, le conseguenze non possono essere che queste.

Ma vediamo, sinteticamente per punti, la sostanza delle decisioni prese dalla Banca Centrale Europea.

1. Il Quantitative easing europeo (QE) ha da ieri una forma.

Gli acquisti di titoli partiranno dal primo Marzo e dureranno almeno fino a Settembre 2016.
Al ritmo di 60 miliardi al mese, per diciannove mesi, si arriverà così ad un totale di 1.140 miliardi. Gli acquisti non riguarderanno soltanto i titoli pubblici, ma anche gli Abs ed i covered bond (obbligazioni bancarie garantite).
Gli Abs sono derivati, che contengono i prestiti bancari, spesso potenzialmente rischiosi se non tossici.

Con questo programma di acquisti la Bce riporterà il proprio bilancio un po’ sopra ai 3mila miliardi, esattamente il livello raggiunto nel 2012 con il cosiddetto LTRO, il piano di finanziamento alle banche lanciato all’epoca, affinché fossero queste ultime ad acquistare i titoli di Stato dei rispettivi Paesi.
Ora, con la restituzione di quei prestiti, il bilancio della Bce è sui 2mila miliardi.
Dunque, la manovra decisa da Draghi ha una sua consistenza, ma non nella misura che si vorrebbe far credere.

In peggio c’è che gli acquisti saranno rigorosamente in proporzione alle quote di capitale della Bce possedute dalle singole banche centrali nazionali.
Nel caso dell’Italia, la quota è del 17,5%, la Germania ha il 25,6%, la Francia il 20,1%.
Anche se non ce ne sarebbe  alcun bisogno, avremo così più acquisti di titoli tedeschi che non italiani.

2. Primo: salvare le banche.
È questo il principale scopo del QE.
Il problema è che i portafogli delle banche dei cosiddetti “Paesi periferici”, Italia in primis, si sono riempiti di titoli di Stato.
Quelle italiane, ad esempio, sono passate dai 251 miliardi del 2011 ai 443 del Novembre scorso. Un’esposizione eccessiva.
Potenzialmente assai pericolosa in vista del prevedibile deprezzamento dei titoli di più recente emissione.
Il QE serve sostanzialmente a ridurre questo rischio, con un acquisto, nel caso italiano, di circa 140 miliardi al Settembre 2016.
Le banche dunque ringraziano, ma questa non ci sembra una grande novità.

3. Nessuna crescita con l’austerità.

Naturalmente, che il QE abbia in primo luogo una funzione salva-banche, è un fatto che viene largamente sottaciuto.
Si preferisce parlare invece della “crescita”, quel misterioso oggetto che tutti invocano, immaginandoselo ogni volta dietro l’angolo da almeno 7 anni.
Teoricamente il meccanismo ci viene presentato in maniera assai semplice.
Gli acquisti della Bce consentirebbero alle banche una maggiore liquidità, che verrebbe quindi utilizzata per aumentare il credito alle aziende ed alle famiglie.
Da qui nuovi investimenti, ripresa produttiva ed, in ultimo, lo Sbruffone di Pontassieve, che si presenta in tv finalmente con un segno più davanti al Pil.

C’è però un piccolo particolare.
Gli investimenti sono fermi non per mancanza di liquidità, quanto soprattutto per la ragionevole assenza di fiducia sulle prospettive economiche generali.
È perciò prevedibile che i soldi incamerati dalle banche, anziché riversarsi in finanziamenti agli investimenti produttivi, rimangano nel circuito finanziario, dirigendosi più realisticamente verso attività ancor più speculative.
Una nuova bolla, appunto; quella droga che Summers chiede, per evitare la crisi di astinenza ad un sistema finanziario, che senza doping si accascerebbe senza speranza.

Cosa c’entra la “crescita” con tutto ciò?
C’entra ben poco, e non sono pochi gli studiosi che sottolineano che, affinché un QE funzioni da stimolo all’economia, occorre che esso sia accompagnato da una forte espansione della spesa pubblica.
Negli Usa, il QE ha funzionato proprio per questo.
Solo nei primi due anni della crisi (2007-2009) il rapporto deficit/pil venne spinto dal 2,9 al 12,4%. In Europa siamo al vincolo del 3% … .
E non basta ancora, dato che dovrà ridursi ulteriormente in virtù del fiscal compact.

Senza ripresa della spesa e degli investimenti pubblici la cosiddetta cinghia di trasmissione della politica monetaria ben difficilmente potrà funzionare.
Ma il proseguimento delle politiche austeritarie, e dunque il taglio della spesa pubblica, è proprio una delle condizioni del QE all’europea.
Dunque: crescita no, nuova bolla speculativa sì.

4. La clausola anti-Tsipras (ed anti Italia).
Attenzione, che questo è un punto politicamente assai importante.
Abbiamo visto che ogni Paese avrà acquisti dei propri titoli in rapporto alla propria quota nella Bce. C’è però una clausola d’esclusione: verranno acquistati solo quelli che hanno un rating, che determini la classificazione come investment grade, cioè a minor rischio.
Questa clausola escluderebbe i titoli di Grecia, Cipro e Portogallo.
Tuttavia, ecco il ricatto, se questi Paesi si trovano sotto un “programma di assistenza internazionale”, sono cioè commissariati dalla Troika, anch’essi godrebbero degli acquisti della Bce.

Che questa sia una clausola pensata per il caso greco è evidente.
Il piano imposto alla Grecia scade infatti a Febbraio.
Se il nuovo Governo ne sottoscriverà uno nuovo con la Troika bene, altrimenti niente acquisti.
Una conferma assai plateale delle condizioni in cui si svolgerà l’eventuale negoziato tra Tsipras e la cosca eurocratica.

Ma il problema non è solo greco.
L’Italia è solo un gradino sopra la soglia prevista dalla Bce.
Basterebbe un nuovo declassamento per scivolare in zona “no acquisti”, a meno che si decida di far arrivare in pompa magna la Troika anche nel Belpaese.
Auguri …

5. La nazionalizzazione del rischio, altro che irreversibilità della moneta unica! Strani tempi, quelli attuali.
Da una parte si strilla contro i Nazionalismi, si dice che non può esservi politica efficace che non sia su scala europea, dall’altro si decide che il grosso del rischio (80%) legato all’acquisto dei titoli rimanga in capo alle singole banche centrali nazionali.
Una chiara vittoria del blocco tedesco, un’evidente dimostrazione di sfiducia rispetto al futuro dell’eurozona.

Sul punto non sono ancora chiari i tecnicismi che verranno applicati.
Le perdite di cui si parla sono solo quelle di eventuali default, oppure anche quelle legate alle probabili minusvalenze?
Ad ogni modo diversi osservatori fanno notare come questo meccanismo possa diventare micidiale in caso di difficoltà finanziaria di un Paese.
Lo Stato, più precisamente Pantalone, dovrebbe ripianare le perdite della propria banca centrale con nuovi sacrifici.
Sappiamo già a carico di chi.

Ma l’aspetto principale è un altro. Di natura squisitamente politica.
Nazionalizzare il rischio su titoli che altri (cioè la Bce) hanno deciso di acquistare è il massimo che possa capitare.
Quale migliore prova della mostruosità della costruzione europea?
E quale migliore prova del suo progressivo disfacimento?
Se davvero Draghi e soci credessero alla famosa “irreversibilità” dell’eurozona, perché mai dovrebbero architettare un simile marchingegno?

Ed infatti il punto è proprio questo: essi sono i primi a non crederci, a dispetto delle panzane che amano raccontarci.
In quanto poi all’irreversibilità del processo politico, basta leggere la stampa tedesca.
In Germania, la Bild titola: «Draghi distrugge i nostri soldi?».
Segue a ruota la Frankfurter Allgemeine Zeitung: «Draghi distrugge la fiducia».
Ma non si tratta della sola Germania.
Come riferisce il Sole 24 Ore di oggi:
«Due giorni fa, il Parlamento olandese ha espresso il parere che i contribuenti dovessero essere tenuti al riparo del debito italiano».
Alla faccia dell’Europa e della sua unità.

Per l’economista francese Jacques Sapir, che definisce come “disperata” la mossa di Draghi:
«Siamo tornati alla situazione del 1999, vale a dire alla fase di preparazione dell’euro».
In altri termini, sempre per Sapir:
«Con le sue misure Draghi ha aperto la porta ad una nuova nazionalizzazione della politica all’interno dei Paesi membri».
La sua conclusione è che: «Le politiche monetarie stanno tornando ad essere nazionali».

6. Acquistano titoli per acquistare tempo.
Già in precedenti articoli avevamo sostenuto che il QE si sarebbe fatto, ma con vincoli estremamente rigidi.
Lo si è fatto perché lo si doveva fare.
Per salvare le banche, come già detto, ma anche per evitare il panico in mercati finanziari, che, ormai, lo davano per scontato da mesi.

L’idea di fondo è sempre la solita: acquistare tempo, pur in assenza di prospettive davvero credibili. La visione è di tipo quasi religioso: poiché il Capitalismo è il miglior sistema possibile, poiché ha sempre risolto brillantemente le sue crisi, è sicuro che risolverà anche questa.
In breve: non si sa come, non si sa quando, ma si sa che avverrà.

In questa prospettiva messianica il tempo è decisivo.
Bisogna acquistarne di continuo, per impedire che il tempo dell’attesa venga travolto dalla catastrofe.
Dunque, tutto ciò che serve a prendere tempo è utile.
Anche quando non si ha la più pallida idea di come le misure prese potrebbero spingere all’uscita dalla crisi.
Sono anni che le classi dirigenti europee ragionano in questo modo.
Ed il QE di Draghi non fa certo eccezione.

In conclusione,
le decisioni della Bce non risolvono la crisi dell’eurozona.
Tanto meno rallentano il suo processo di disgregazione.
Per i decisori di Bruxelles e Francoforte esse servono per tirare a campare.
Ma dovranno fare i conti con una situazione sociale e politica sempre più esplosiva.
Domenica tocca ai Greci battere un colpo.
Ci auguriamo che arrivi forte e chiaro in ogni angolo del continente.

NOTE
[1] Mazzei Leonardo, ” Quantitative easing: crescita o bolla?“, Campo Antimperialista, 23 Gennaio 2015.

 

 

Mi piace(2)Non mi piace(0)

Il bluff di Draghi sul «Quantitative Nothing»

Il bazooka al contrario. La Bce vuole tornare a iniettare mille miliardi nell’eurozona, stavolta non più prestandoli alle banche a tasso zero, ma acquistando titoli di Stato.
L’unico effetto sarà aumentare la bolla borsistica e deprezzare un euro già basso.
E il QE non sarebbe altro che una ripetizione con altre modalità delle misure tampone intraprese negli scorsi anni.

La prossima settimana sarà fondamentale per i destini europei.
Il 22 il Direttivo della Bce dovrà decidere modalità e tempi del tanto promesso Quantitative Easing (QE), mentre il 25 si svolgeranno le fatidiche elezioni greche.

Su cosa farà la Bce girano molte voci, ma tanto per prepararci alle decisioni effettive proviamo a chiarirci cos’è il QE.

Dal 2008, la Bce ha reso disponibile alle banche tutta la liquidità che richiedevano.
E ne hanno richiesta molta, in particolare nel 2011 e 2012.

In quegli anni, le banche italiane e spagnole hanno impiegato centinaia di miliardi di euro, per acquistare i titoli sovrani dei rispettivi Paesi, consentendo agli investitori dei Paesi nordici di rimpatriare i propri capitali, evitando il default degli Stati periferici.

Nel Marzo 2012, il bilancio della Bce raggiunse la cifra di 3 trilioni di euro a cui Draghi dice di voler ora tornare.
Infatti, dopo le sue famose dichiarazioni di fine Luglio 2012 ed il successivo impegno della Bce di sostenere i titoli di Stato (subordinato all’accettazione della Troika), i capitali stranieri sono tornati sui titoli di Stato periferici e le banche hanno restituito la liquidità alla Bce, il cui bilancio si è perciò sgonfiato a 2 trilioni.

Si noti che la liquidità creata non ha in alcun modo stimolato il credito a imprese e famiglie, credito stretto nella tenaglia di banche recalcitranti a concederlo e soggetti restii a richiederlo visti i chiari di luna della crisi.

L’austerità,  che pervicacemente la Germania ha imposto, e gli altri hanno miserevolmente accettato, ha nel frattempo devastato le economie della periferia europea, e pochi si azzardano ora a promettere una ripresa seria in tempi ragionevoli.
Le speranze di una resipiscenza europea in una direzione solidale e keynesiana cominciano finalmente ad apparire come illusorie – visto che non ce ne sono mai state le basi storico-politiche — anche a coloro che le hanno tenacemente coltivate.

In questo quadro desolante il QE di Draghi appare come l’ultimo appiglio, fondato su poco, come vedremo.
Questa volta alla creazione di liquidità da parte della Bce sarebbe assegnato il compito nientemeno che di rilanciare la domanda aggregata e dare avvio all’agognata ripresa.

Con il QE la banca centrale acquista sul mercato titoli, principalmente di Stato, immettendo liquidità nel sistema (Draghi ha alluso a un 1 trilione di euro, ora si parla di 500 miliardi, staremo a vedere).
Con quale scopo?
La domanda di titoli da parte della Bce, e l’impiego della liquidità da parte di chi glieli vende per acquistare altri titoli, genererebbe un aumento dei valori borsistici ed una diminuzione dei tassi di interesse nel mercato (valore dei titoli e tassi di interesse sono in una relazione inversa).
Da questi primi effetti ne dovrebbero scaturire diversi altri, positivi, sulla domanda aggregata.

1) La maggiore liquidità dovrebbe stimolare il credito, ma già s’è visto negli scorsi anni che maggiore liquidità non genera credito addizionale.

2) L’aumento del valore dei titoli a lungo termine potrebbe stimolare gli investimenti.
Ma non si vede per quali ragioni le imprese dovrebbero investire con aspettative di domanda a dir poco depresse.

3) La bolla borsistica potrebbe stimolare i consumi, basti trascurare il fatto che le famiglie che detengono titoli sono poche e hanno una bassa propensione al consumo.

4) Con grande dispiego di fantasia gli organi di informazione, incluso “Il Sole”, ci stanno vendendo l’idea che il QE determini aspettative di inflazione nel pubblico (l’idea che più moneta generi più inflazione è in fondo uno dei luoghi comuni più radicati ) e ciò stimoli consumi e investimenti.
Che una ripresa della domanda aggregata si possa basare sul suscitare aspettative di inflazione è vendere fumo, l’arrosto non c’è.
Sin qui il QE non rappresenterebbe altro che un facite ammuina, ridicolo quanto il piano Juncker, misure utili solo acché Renzi possa ammaliare il pubblico dei talk show.
Rimangono due altri possibili effetti del QE.

5) Il primo è il deprezzamento dell’euro: la liquidità si rivolgerà infatti anche verso titoli esteri, determinando un apprezzamento delle divise straniere ed un guadagno di competitività europeo.
Nel caso dell’Eurozona, che già presenta un enorme surplus commerciale verso il resto del mondo, questo suonerebbe però come un comportamento inaccettabile.

6) Infine, l’acquisto di titoli pubblici da parte della Bce può rappresentare la messa in sicurezza di una quota di debiti sovrani in continuo peggioramento a causa dell’austerità e la cui sostenibilità è insidiata dal possibile venir meno della fiducia degli investitori come accaduto nel 2011 e 2012 (sotto l’effetto degli accadimenti in Grecia e comunque a fronte dell’insostenibilità economica e sociale della situazione).

Il QE non sarebbe altro che una ripetizione con altre modalità delle misure tampone intraprese negli scorsi anni.

Ma allora il QE non sarebbe altro che una ripetizione con altre modalità delle misure tampone intraprese negli scorsi anni e si può ben concludere che il suo senso, persino se effettuato senza i probabili paletti tedeschi, non vada oltre il procrastinare la nostra agonia.

Diverso il caso in cui un acquisto massiccio di titoli pubblici accompagnasse una politica fiscale fortemente espansiva, allora sì che il QE avrebbe effetti sulla domanda aggregata.
Ma questo non accadrà.

Da ultimo, il bluff del QE sarà smascherato, ma a costo di ulteriori mesi di inutili sacrifici per le popolazioni e di danni irreversibili alle economie periferiche.

Alla sinistra il dovere di riflettere se lasciarsi cullare ancora nelle illusioni eurosolidali e persino nelle proprietà magiche di Draghi o pensare ad altro. [1]

NOTE
[1] Cesaratto  Sergio, “Il bluff di Draghi sul «Quantitative Nothing»“, 14 Gennaio 2015, Campo Antimperialista, Fonte: www.ilmanifesto.it.

Mi piace(2)Non mi piace(0)

La Dittatura Tecnocratica sta affondando l’Italia

dittatura_tecnocratica
Dall’editoriale di Ambrose Evans-Pritchard sul “Telegraph”.

Senza cambiamenti urgenti, il sistema politico italiano esploderà presto.
Il tasso di disoccupazione giovanile ha addirittura raggiunto il 43.9%.
Il Mezzogiorno sta portando la depressione al collasso sociale.
In contrasto, la Germania ha generato 27 mila lavori a Dicembre con la disoccupazione scesa al record negativo del 5%.
Le cose non sono mai state così buone dalla riunificazione ed è l’esempio più emblematico dell’insostenibilità dell’unione monetaria.

Per l’Italia è una “lenta tortura“.
Le politiche contrattive hanno già portato il debito dal 116% al 133% del Pil in tre anni.
Ogni unità di percentuale in meno di inflazione per il Paese significa dover aumentare il surplus primario dell’1,4% del Pil, per rispettare le regole della zona euro.
Ma per agire su questo imperativo sarebbe necessario rivitalizzare l’economia e bloccare la spirale negativo debito-deflazione in corso.
La zona euro non è in grado di rispondere a tutto questo, perché è una costruzione disfunzionale. Non c’è da incolpare chi è oggi a prendere le decisioni, ma è la cornice che è fallata.
Il Telegraph ha argomentato sin dai tempi di Maastricht che un’unione valutaria di culture disparate senza un Tesoro Europeo ed un’autorità politica in grado di guidare una crisi sarebbe finita nella paralisi.

Draghi ha fatto il suo personale cri de coeur in un intervento a Helsinki sei settimane fa, elencando i “requisiti minimi per un’unione monetaria“, vale a dire un super Stato europeo, con una sovranità economica esercitata congiuntamente.
È un’utopia.
Non c’è nessuno spazio per un tale balzo in avanti ed in più, qualora dovesse essere attuato, implicherebbe una dittatura tecnocratica senza più nessun controllo democratico.
I creditori del Nord hanno passato gli ultimi quattro anni ad evitare che venissero messi in comune i rischi o ogni passaggio necessario per la creazione di un’unione fiscale.
Nel lanciare questi passaggi, Draghi ci sta dicendo in realtà che, anche lui non pensa più che la zona euro possa funzionare”. [1]

NOTE
[1] Ambrose Evans-Pritchard, “L’Euro e la dittatura tecnocratica”; leggi la traduzione integrale dell’articolo da l’Antidiplomatico
.
Dal Blog di Beppe Grillo.

Mi piace(1)Non mi piace(0)

Quantitative easing, sì, ma alla “tedesca”. Poveri PIIGS!

BCE
Un QE all’ognun per sé
Verso la fine dell’unitarietà della politica monetaria dell’Eurozona?

Raramente, la verità delle cose si mostra fin da subito nella sua pienezza.
Anzi, di solito, essa ama nascondersi nelle pieghe degli eventi e dei processi, che segnano la Storia, i cui svolgimenti sono in genere tortuosi e non privi di contraddizioni.
Ed il percorso dissolutivo dell’Unione Europea, realisticamente preceduto dalla fine della moneta unica, non fa certo eccezione.

Per comprendere la portata di quanto sta avvenendo è utile tornare sulla vicenda del Quantitative easing (QE), sulla quale abbiamo già scritto pochi giorni fa (vedi Il QE della discordia).
Le cose corrono infatti con la fretta dovuta dei momenti topici e nuovi e decisivi elementi sulle manovre in corso sono ormai di pubblico dominio.
Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)

“MASSONI”: il capolavoro del fratello Draghi: far dissanguare gli Stati

massoni-675
Il 20 Novembre,è stato presentato il libro: “MASSONI” di Gioele Magaldi [1].
Nel Capitolo 9, l’Autore dialoga con “quattro autorevoli esponenti dell’élite massonica mondiale” [2], che, disquisendo in maniera amabile tra loro, pur appartendo ad Ur-Lodges diverse e spesso in contrasto, illustrano quelle che, per loro, sono le dinamiche economico- politiche reali, che hanno determinato gli eventi di questo inizio del Terzo Millennio.
Alcune ri-velazioni riguardano l’Europa e l’Italia; le offriamo alla riflessioni della/del lettrice/lettore, a cui lasciamo l’arduo giudizio.

1)Parla “Frater Kronos”
“… la costruzione europea, sin dagli anni Cinquanta, ha seguito una precisa traiettoria.
Un percorso edificativo confermato nei decenni a seguire, fino al Trattato di Maastricht del 1992 e a quello di Lisbona del 2007.
Una traiettoria che prevedeva costitutivamente due cose fondamentali.
Primo: la gestione tecnocratica, postdemocratica e dunque sostanzialmente oligarchica della res publica europea.
Secondo: la certezza matematica che, in caso di crisi finanziaria dei vari Stati dell’Eurozona, la Bce avesse potere di vita e di morte sui sistemi economici delle varie nazioni, senza dover rispondere delle sue azioni ad alcun potere politico democraticamente
fondato” [3].
Non è facile dissentire da questa ricostruzione, guardando con occhio disincantato, pur se molto amareggiato a quanto avvenuto nell’ultimo ventennio e, segnatamente, negli ultimi sei anni, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale. Continua

Mi piace(1)Non mi piace(0)

I Massoni che contano: Draghi e Napolitano. E Renzi? Aspira …


Esce con Chiarelettere il libro “Massoni” di Gioele Magaldi
(Grande Oriente Democratico).
Un libro che sicuramente farà discutere.
Sedetevi e fate un bel respiro: nel libro trovate storia, nomi e obiettivi dei Massoni al potere in Italia e nel mondo
, raccontati da autorevolissimi insider del network massonico internazionale, che, per la prima volta, aprono gli archivi riservati delle proprie superlogge (Ur-Lodges).

Le liste che leggerete sono sconvolgenti.
Una battaglia per la democrazia.
Tra le Ur-Lodges neoaristocratiche, che vogliono restaurare il potere degli oligarchi, e quelle progressiste, fedeli al motto “Liberté Égalité Fraternité”, è in corso una guerra feroce.

L’ultimo atto è già iniziato, come rivela Magaldi con la rottura della pax massonica stilata nel 1981: il patto “United freemasons for globalization”.
Una rilettura esplosiva del Novecento nei suoi momenti più drammatici – la guerra fredda, gli omicidi dei fratelli Kennedy e di M. L. King, gli attentati a Reagan e a Wojtyla – arrivando fino al massacro dell’11 Settembre 2001 ed all’avanzata dell’Isis.
“Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges” è il primo volume di una trilogia che offre un’inedita radiografia del potere. Continua

Mi piace(1)Non mi piace(0)

IL BAZOOKA DI MARIO DRAGHI SPARA CONTRO IL MONDO DEL LAVORO E DEL NON LAVORO

index Mario Draghi con il bazooka Contro il popolo a favore degli speculatori finanziari

Così, dopo mesi di annunci allettanti, il 4 Settembre, il Governatore della Banca Centrale Europea (BCE) ha spianato i suoi bazooka, ha sparato- e annunciato- i suoi colpi fatali.
Ha esploso, insomma, i botti finali.
Draghi ha promosso-annunciato 3 interventi, accompagnati da una vaga promessa-minaccia.

1. Il taglio dei tassi di interesse di base, per l’acquisto del denaro, prossimo allo zero assoluto (0,05%).

2. Un ulteriore rifinanziamento alle banche (TLTRO), a costo zero nella sostanza, per circa 400 miliardi di euro, con “vincolo di destinazione” (credito alle imprese ed alle famiglie).

3. L’annuncio dell’acquisto, da parte della BCE, di una montagna di titoli tossici o semitossici ABS, COVERED BOND ed altri [1], vale a dire titoli ultraspeculativi se non direttamente criminali ai quali non corrisponde una ricchezza reale sottostante, oggi posseduti dalle banche, soprattutto tedesche.
La cifra in ballo pare oscillare dai 500 mld ai 1000. Continua

Mi piace(1)Non mi piace(0)

DRAGHI È ALLA FRUTTA?

images Mario Draghi
Le decisioni prese ieri dalla Bce hanno suscitato un forte entusiasmo sia negli ambienti politici che in quelli economico-finanziari.
Un entusiasmo che durerà poco, essendo per sua natura volatile come certi boom borsistici.
La verità è che non si esce da una crisi di questa portata agendo soltanto sul lato monetario. Tanto più se quell’azione è ben al di sotto di quel che servirebbe.

La Bce continua  a prendere mezze misure.
Ma di mezza misura in mezza misura tutte le armi a disposizione, in base al suo mandato, stanno per esaurirsi.
Siamo forse alla penultima mossa.
La prossima potrebbe essere quella di un vero e proprio
Quantitative easing.
Ma a quel punto il problema diventerà politico.
Pare che ieri 5 Governatori (Germania, Olanda, Slovacchia, Estonia, Austria) abbiano votato contro le pur deboli misure proposte da Draghi.
Una spaccatura destinata di certo ad acutizzarsi nel prossimo futuro.
Continua

Mi piace(1)Non mi piace(0)

PER RENZI, LA RICREAZIONE È FINITA

index Renzi  gelato
Chi ci legge sa che questa redazione ha subito sostenuto che il Governo Renzi avrebbe avuto vita dura e, molto probabilmente, breve.
I pupari che lo hanno portato a Palazzo Chigi, per scongiurare una seconda (devastante) vittoria elettorale del M5S, gli hanno consentito di fare le sue sparate sulla fine dell’austerità e di elargire il bonus degli 80 euro.
Ora, la ricreazione è finita e gli presentano il conto.

Il Governo deve approntare la Finanziaria 2015 (non per caso ridenominata Legge di Stabilità) e come è facile immaginare non solo essa non conterrà alcuna “svolta”, ma sarà, così come esigono i suoi committenti, di tagli alla spesa pubblica e di nuove tasse a danno del popolo lavoratore.
Renzi sarà quindi obbligato a muoversi sul solco delle politiche di macelleria sociale che invece di far uscire l’economia dal marasma hanno aggravato la crisi, causando la depressione.

In un regime bancocratico sono i banchieri a dettare la linea, ed i politici, loro mandatari, non possono che ubbidire.
Draghi, dal simposio annuale di Jackson Hole, sulle Montagne Rocciose è stato inequivocabile:la Bce non cambierà politica monetaria, darà più liquidità alle banche (per salvarle), ma non da questo cosiddetto QE verrà la ripresa, quanto dall’accentuazione delle politiche liberiste dei Governi, sollecitati a privatizzare, a tagliare radicalmente la spesa pubblica, a colpire i diritti dei lavoratori salariati, ad adottare politiche fiscali di vantaggio, ma solo verso il capitale.
Ha infatti indicato Irlanda e Spagna come fari che indicano la strada.

Il Ministro dell’Economia Padoan, messo lì come tutore di Renzi e cane da guardia dei banchieri, ha messo in chiaro che Draghi ha ragione: non solo il vincolo del 3% è inviolabile, pur con parziali deroghe vista la discesa del Pil, ma anche il Fiscal compact andrà rispettato.
La questione politica, dice Padoan, non è se usare o meno la mannaia, ma dove e contro quali gruppi sociali dovranno essere portati i colpi, quali arti amputare del corpo sociale.

Una spia infallibile, che per il piazzista Renzi le cose si mettono male, viene da Parigi.
Dopo la batosta subita alle Europee dal governo “socialista”, ci si attendeva che il Presidente Hollande avrebbe mandato a casa il Ministro dell’Economia. Ed infatti lo ha fatto.
E chi ha messo al posto di Arnaud Montebourg?
Ha messo Emmanuel Macron, ex-banchiere del gruppo Rothschild.
Macron, già consigliere economico dell’Eliseo, si era dimesso a Giugno, perché riteneva la politica del Governo non sufficientemente liberista.
Il suo rientro come Ministro dell’Economia è un segnale chiarissimo: Hollande va a destra, si piega ai poteri forti e, quel che più conta, conferma l’asse carolingio con Berlino.

Per Renzi sono guai.
Non avrà Parigi al suo fianco nel “battere i pugni sul tavolo” per piegare la tetragona Germania.
In altre parole, Renzi è più debole nel consesso eurocratico.
Per accontentarlo gli daranno il contentino della Mogherini come “Mrs Pesc”, ovvero Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza — una nullità al posto del niente, visto che nell’architettura euro-atlantica l’Unione Europea nulla deve contare se non ubbidire agli USA. Più debole, quindi, anche in Italia.
I tempi del galleggiamento, della ricreazione, stanno per finire.
Così come la sua “luna di miele” con i cittadini che l’hanno votato.

Con la Legge di Stabilità vedremo se terrà fede alle sue promesse di cambiare strada rispetto alle dure politiche austeritàrie o se, al contrario, piegherà il capo, ubbidendo ai suoi mandanti.
La seconda che hai detto …[1].

NOTE
[1] Piemme, “Renzi: la ricreazione è finita”, Giovedì 28 Agosto 2014, da “SollevAzione”.

Mi piace(3)Non mi piace(0)