Armi italiane: boom verso Paesi in guerra.

Foto – Aeroporto di Cagliari 29 Ottobre 2015, carico di bombe prodotte dalla Rwm Italia S.p.a. destinate all’Arabia Saudita – di Massimo Manca

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La relazione annuale del governo sull’export militare italiano 2015 – appena trasmessa al Parlamento e anticipata da Nigrizia – mostra un aumento del 200% per le autorizzazioni all’esportazione di armamenti il cui valore complessivo è salito a 7,9 miliardi dai 2,6 del 2014. Boom verso Paesi in guerra, in violazione, attraverso vari escamotage, della legge 185/1990: il volume di vendite autorizzato verso l’Arabia Saudita è salito a 257 milioni dai 163 del 2014: +58%. Cresce il ruolo delle banche, Unicredit la più attiva.

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Nell’ultimo anno è triplicata la vendita di armi italiane all’estero e sono aumentate le forniture verso Paesi in guerra: in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principale banche italiane, Intesa e Unicredit, e tra i piccoli istituti coinvolti compare ancora Banca Etruria e una banca libica. Continua

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CHI CI MINACCIA VERAMENTE?

Come si fa a giustificare la guerra se non c’è un nemico che ci minaccia? Semplice, basta inventarlo o fabbricarlo. Ce lo insegna il generale Philip Breedlove, il capo del Comando europeo degli Stati uniti che sta per passare a un altro generale Usa il bastone di Comandante supremo alleato in Europa.

Nella sua ultima audizione al Pentagono, avverte che «ad Est l’Europa ha di fronte una Russia risorgente e aggressiva, la quale pone una minaccia esistenziale a lungo termine».

Capovolge in tal modo la realtà: la nuova guerra fredda in Europa, contraria agli interessi della Russia, è stata provocata col putsch di piazza Maidan dalla strategia Usa/Nato, che continua ad alimentare le tensioni per giustificare il crescente spiegamento di forze nell’Europa orientale.

In Ucraina, è stato costituito un Comando congiunto multinazionale per l’addestramento «fino al 2020» delle forze armate e dei battaglioni neonazisti della Guardia nazionale, di cui si occupano centinaia di istruttori della 173a Divisione Usa trasferiti da Vicenza, affiancati da britannici e canadesi.

Il Comando europeo degli Stati uniti, sottolinea Breedlove, lavora con gli alleati per «contrastare la Russia e prepararsi al conflitto se necessario». Continua

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Sicilia arsenale di guerra a cielo aperto !

Appello per una mobilitazione euromediterranea
per il primo anniversario del naufragio del 18 Aprile 2015

Contro la Fortezza Europa per la smilitarizzazione della Sicilia !
No a Frontex, No alla Guerra, No al razzismo !
Le attività dell’agenzia Frontex sono sempre più visibili non solo in mare ma nel territorio siciliano.
La scelta di aprire 5 hot spot (Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle, Augusta e Trapani) nella nostra isola ed ancor di più le decisioni assunte a Malta a novembre 2015 perseguono l’orrore di dividere i migranti “economici” dai richiedenti asilo politico. Contrattando con i peggiori regimi liberticidi e corrotti in Africa e Medioriente i governi europei vorrebbero rimpatriare intanto 400.000 “irregolari”. Mentre l’UE impone al governo italiano l’ uso della forza per prendere le impronte digitali ai/lle migranti, applicando ottusamente l’odioso regolamento di Dublino.
La Sicilia è stata nel corso degli anni sempre più militarizzata. Sigonella, il Muos, i droni, i depositi di armi, i radar di Lampedusa l’hanno trasformata in un arsenale di guerra a cielo aperto.
Allo stesso modo l’apertura dei CIE e del Cara di Mineo l’hanno resa il più grande lager d’Europa, dove donne e uomini migranti, attendono in media 18 mesi l’esame della commissione, subiscono violenze fisiche e psicologiche e in più aumentano le migranti indotte alla prostituzione.
Ci opporremo con tutti i mezzi ad un’ulteriore militarizzazione delle nostre coste e dei nostri mari, non possiamo restare a guardare mentre migliaia di donne, bambini e uomini muoiono nel Mediterraneo come se già non bastassero le uccisioni, le violenze subite dagli uomini e gli abusi sessuali perpetrati nei confronti delle donne in Libia.
Continua

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[video] La guerra dura da venticinque anni (riassunto delle puntate precedenti e future)

Guerre del golfo 1991/2016, Il mondo era cambiato, doveva cambiare o forse, più propriamente, stava cambiando. Nessuno poteva dire con certezza come sarebbe cambiato, oggi però abbiamo gli strumenti per comprendere in pieno come nella prima Guerra del Golfo fosse in gioco non il Kuwait ma la leadership del mondo post-bipolare.

Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5805.

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La Storia ci insegna che la guerra non ferma il terrorismo. Non solo: lo alimenta !

Vijay Prashad, openDemocracy, Regno Unito (articolo da Internazionele, Novembre 2015).

È stata una settimana di massacri orribili: bombe a Beirut e a Baghdad, e poi le sparatorie a sangue freddo a Parigi. Ognuno di questi atti di terrore ha lasciato morti e feriti. Non ne viene niente di buono – solo il dolore delle vittime e poi altro dolore, dato che i potenti si rifugiano in politiche ormai standardizzate, che ancora una volta alimentano la spirale di violenza.

Come reagiamo a questi episodi? Dapprima con orrore e indignazione. È istintivo. Piangiamo i morti: i giovani genitori di Haidar Mustafa (di tre anni), che gli hanno fatto scudo salvandogli la vita, quando l’esplosione di Beirut li ha fatti a pezzi. In un bar di Parigi i terroristi hanno ucciso Djamila Houd (di 41 anni), che lavorava per Isabel Marant. Ogni vittima ha un volto. Ogni volto apparirà sui mezzi d’informazione e sui social network. Ci sorrideranno, dicendoci dei loro giorni migliori e delle loro speranze. Nessuno di loro ha avuto un ruolo attivo in alcun conflitto. Il loro assassinio non aveva nulla a che vedere con loro.

Rimarremo sconcertati dall’incomprensibilità di queste morti – lo spreco di vita di fronte alla morte. Andremo in cerca di spiegazioni. È già diventato chiaro che il responsabile di tutti questi attentati – a Baghdad, a Beirut, a Parigi – è il gruppo Stato islamico (Is), che controlla ampie zone dell’Iraq e della Siria, oltre ad alcune aree della Libia e dell’Afghanistan (con gruppi affiliati in Nigeria e in Somalia). L’Is, come Al Qaeda, è tentacolare – non ha una testa, ma solo braccia e gambe spinte ad agire con violenza. Allora, se si tratta dello Stato islamico, perché colpiscono in questi luoghi? Continua

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Marketing della guerra. L’ipocrisia è di Stato (i profitti pure).

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Come funziona l’export militare (video)

Francesco Vignarca (video) dal 2004 è il coordinatore nazionale della Rete Italiana per il Disarmo. Ha approfondito temi come le spese militari, le compagnie militari private, il controllo del commercio di armi, l’alternativa conveniente del disarmo, la riconversione industriale. E’ stato promotore e coordinatore di campagne come Control Arms (per la richiesta di un Trattato internazionale sul commercio di armamenti, recentemente approvato all’ONU), come la campagna Banche Armate o infine come la recente campagna “Taglia le ali alle armi!” contro l’acquisto dei caccia F-35 e l’aumento delle spese militari. E’ laureato in Astrofisica all’Università dell’Insubria ed ha un Master in discipline sociologiche. Oggi ci racconta come funziona l’affare di Stato della vendita delle armi, tra divieti nazionali e internazionali aggirati.

“Come funziona l’export militare di armamenti italiano? Abbiamo una legge del 1990, figlia di tutti gli scandali degli anni 80 in cui noi vendevamo armi a Saddam Hussein, che sancì una regolamentazione molto stringente e molto stretta, positiva su due aspetti: uno quello della trasparenza. Dall’altro il meccanismo prevede che un’azienda prima di poter esportare, debba chiedere il permesso e il governo dare il permesso. Il fatto di non poter esportare armi a paesi che siano in conflitto armato, a paesi che violano in maniera grave i diritti umani, a paesi che spendono troppo per il militare rispetto alle esigenze sociali, quindi quando questo succede noi lo possiamo sapere e possiamo anche criticare questa problematica.

Banche e armi (video)
La legge italiana di 25 anni è stata creata anche per avere un controllo rispetto alle intermediazioni finanziarie, proprio perché derivante dagli scandali in tal senso che si erano avuti negli anni 80 e quindi non solo chi vende armi deve chiedere l’autorizzazione al governo, ma poi anche nella transazione finale, quando qualcuno li paga ovviamente, anche l’istituto di credito su cui transita il pagamento deve essere segnalato. Quando parliamo di commercio di armi Continua

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Se ogni Paese sceglie di fare la propria guerra. Dal Sole24Ore.

La voce dei padroni dixit.

Per evitare nuovi equivoci l’Europa dovrebbe far sentire la sua flebile voce per combattere l’Isis a una Turchia che, tenuta fuori dalla Ue, ama i ricatti, a una Russia sempre più vorace, a un mondo sunnita cui è legata da affari miliardari, a un’America che ci chiede di pagare i conti della Nato. Ma forse è sperare troppo che si getti la maschera: vorremmo che fossero gli altri a combattere per i nostri valori e interessi“.

È ora di gettare la maschera. Se nel Levante ognuno fa la sua guerra Al Baghdadi potrebbe persino dire la sua nella spartizione dell’Iraq e della Siria, un’ipotesi improponibile adombrata dalla Bbc ma non così remota se ciascuno vuole portarsi a casa un pezzo di Medio Oriente. Non sarebbe la prima volta: gli inglesi con Lawrence fomentarono una celebre rivolta araba per poi spartirsi la regione con i francesi. Ma questa volta né gli arabi anti-Isis né gli iraniani sono disposti a fare la fanteria dell’Occidente.

Tutto per un semplice e tragico motivo. Nel 2011, anno delle primavere arabe, la rivolta in Siria si è trasformata quasi subito in una guerra per procura che partiva da un calcolo sbagliato delle potenze sunnite e dell’Occidente: che Bashar Assad sarebbe stato sbalzato dal potere in pochi mesi con una spinta esterna. Continua

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Vento di guerra. Perché non lo sentiamo ?

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Vedi anche Scivolando verso la catastrofe armata.

A proposito di «L’arte della guerra» (di Manlio Dinucci) e della Nato che moltiplica le sue guerre ma anche di novità, di censure e auto-censure

di Boris Norman (*)

Siamo o non siamo a un passo dalla III guerra mondiale, come vuole avvertirci Manilo Dinucci nell’ultima sua opera L’arte della guerra? Secondo Jean Toschi c’è una «impressionante accelerazione negli ultimi 5 anni», oppure detto con le parole di Alex Zanotelli, «siamo sull’orlo dell’abisso». Ma allora perché il movimento pacifista e la sinistra radicale sono così silenti? Perché la manifestazione a Napoli così sottotono? Dove sono finiti quei 110 milioni che manifestarono contro la guerra nel febbraio 2003, la più grande contestazione mondiale mai organizzata? Perché oggi questo silenzio del pacifismo?

Certo non è un breve post che può rispondere: le cause sono numerose. Ma ho bisogno di confrontarmi e mettere in chiaro il tema. Perché da tempo questa assenza del movimento pacifista mi sta angosciando quasi più dei dati accertati sul riarmo mondiale. Vorrei che su questo tema – “strategie di rianimazione del movimento pacifista” – il dibattito si infittisse.

Proverò a tracciare in modo estensivo i confini del discorso, per dare infine una delle risposte che più mi hanno convinto.

(I)

Partiamo quindi da una contro-analisi: Continua

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Scivolando verso la catastrofe armata

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Vedi anche Vento di guerra. Perché non lo sentiamo ?

Recensione a Manlio Dinucci «L’arte della guerra: annali della strategia Usa/Nato (1990-2015)»: un libro che purtroppo dovremo prendere sul serio se non vogliamo restar ciechi. Con due PS per chi c’era e forse non dormiva.

Si dice a Roma, in modo volgare ma efficace, «non mi interessa se non è a un palmo dal culo mio». Egoistico ma chiaro. Da tempo le guerre della Nato sono a un palmo, e anche meno, dal mio culo e dal vostro. Sempre più frequenti; sempre più vicine geograficamente; con più basi e comandi strategici in Italia (Napoli, Vicenza, Pisa, Sigonella per dirne 4); con armi atomiche segretamente e illegalmente nel nostro territorio; con pesantissimi costi a carico di tutti noi visto che la spesa militare è salita dai 52 milioni di euri al giorno “teorici” – in realtà di più con vari trucchi contabili, come spiega il Sipri, ovvero Stockholm International Peace Research Institute, una fonte attendibile) – agli 80 milioni del 2014 ma nel 2015 certamente sono saliti e ancora saliranno… mentre la Nato si lamenta, vuole “un maggior impegno”.

E’ uscito in ottobre «L’arte della guerra: annali della strategia Usa/Nato (1990-2015)», pubblicato da Zambon (550 pagine per 18 euri) con una nota introduttiva di Jean Toschi e la prefazione di Alex Zanotelli. Ne è autore Manlio Dinucci che da anni ha una rubrica – appunto «L’arte della guerra» – sul quotidiano «il manifesto». Continua

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Guerre. Terzani: “non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore”.

La guerra delle chiacchiere contro l’Isis
di Antonio Cipriani

La notte di terrore di Parigi dimostra, anzi conferma una cosa su tutte le altre: siamo indifesi. E che questi ultimi decenni di corsa al riarmo mondiale, alla sicurezza anche a danno della democrazia, alle guerre contro tutto e contro tutti, delle città blindate e delle paure costanti, non sono serviti certo a difenderci. Non sono serviti questi decenni di sangue e bombe, di droni e paure, di esaltazione di intellettuali del piffero a tenere sicuro il mondo, a spegnere i focolai di terrorismo. Anzi, non volendo certo semplificare una situazione assai complessa, possiamo però dire che l’intero sistema bellico-finanziario nato dopo la caduta del muro di Berlino, per motivi che un giorno forse gli storici riusciranno a spiegarci, ha costruito questo destino di orrore e instabilità nel mondo e di riflesso nel cuore delle nostre città, che fanno parte del mondo.
Probabilmente un giorno capiremo che gli stregoni delle analisi geopolitiche e dell’intelligence, i think tank tanto celebrati, hanno fatto ridere i polli. Per incompetenza (è una possibilità che questa epoca non nega ai vertici) o per superficialità. Per miopia o ignoranza storica, incapacità di capire che la storia infila le radici in un terreno che è quello della mentalità. E che questo terreno precede ogni azione, facendone seccare gli entusiasmi o alimentandone gli eccessi. Dipende da come viene coltivato. Continua

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In Turchia è scoppiata una guerra civile e nessuno ne parla

Come un’epidemia difficile da circoscrivere, il conflitto che coinvolge da qualche anno varie regioni del Medio Oriente e del Nordafrica, minaccia di espandersi ulteriormente, provocando morte, distruzione ed ondate di profughi.

Fra i Paesi a maggior rischio c’è attualmente la Turchia, investita da un’ondata repressiva senza precedenti e da una recrudescenza del drammatico conflitto, che oppone oramai da oltre trent’anni lo Stato e le forze, che chiedono maggiore autonomia per il popolo curdo, ma si sono fatte negli ultimi tempi rappresentanti anche di crescenti settori di popolazione turca insofferente dell’autoritarismo dittatoriale dell’aspirante ‘sultano’ Erdogan. Continua

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Renzi: la discriminante è tra le “bestie” e gli “umani”. “Com’è umano lei …”.

Pur non condivendo in toto questo articolo, penso che abbia il merito di contribuire sia a squarciare la nube di retorica, che, da giorni, avvolge l’Europa, sia a mettere in luce uno degli obiettivi, che muove, in realtà, i Governanti europei: una nuova guerra “umanitaria” in Siria. ……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..

“In fondo, tutte le guerre post Guerra Fredda sono state in vario modo dipinte come «umanitarie». Cosa volete che sia una carneficina in più?
E se guerra sarà, la faranno con la copertura della foto del bimbo morto sulla spiaggia turca. Esattamente come ha fatto ieri l’«umano» di Rignano. Vergogna!” Continua

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“10 anni di attacchi all’Islam”, di Massimo Fini

Bombardamenti USA
Le guerre dell’Occidente
Noi fingiamo di dimenticarci che sono almeno più di 10 anni che l’Occidente è all’attacco del mondo musulmano, guerra all’Afghanistan nel 2001, particolarmente sciocca perché l’Afghanistan, il talebano non è mai uscito dai suoi confini, quindi non era per niente pericoloso; guerra all’Iraq nel 2003 da cui, tra l’altro, nasce il fenomeno Isis; guerra alla Somalia per interposto Etiopia nel 2006/2007; guerra alla Libia per defenestrare Gheddafi; bombardamenti sull’Isis che sta combattendo una sua battaglia lì; cosa intendo dire con questo?
Intendo dire che è l’aggressività dell’Occidente che ha fomentato poi questo radicalismo, questo integralismo islamista, che si sta effettivamente allargando a macchia d’olio, perché non c’è solo l’Isis; ci sono gli Shebab somali, Boko Haram in Nigeria. Continua

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Lucia Annunziata ha fatto boom!

Annunziata

A proposito della dichiarazione di guerra dell’Huffington Post
Ed intanto il macellaio Netanyahu sarà oggi alla testa della manifestazione di Parigi

«Prendere atto della Terza Guerra Mondiale»: l’Annunziata c’è andata piano. Certo, i titoloni sparati sono uno dei due punti di forza dell’Huffington Post (HP).
L’altro sono i finanziamenti dell’Eni.
La sua tesi è tutta in quella «presa d’atto».
Chi ne volesse ricercare le argomentazioni a supporto clicchi QUI: troverà il vuoto assoluto. Continua

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Non, nous ne sommes pas tous Charlie


«Noi condanniamo quindi l’eccidio di Parigi, ma ci rifiutiamo con eguale fermezza di unirci al coro ipocrita imbastito dall’esercito di giornalisti prezzolati ed al servizio delle classi dominanti».

Il riprovevole attacco compiuto dal commando jihadista a Parigi, come sempre in questi casi, ha dato la stura ad una campagna ideologica potentissima quanto ingannevole.
La linea l’ha data prontamente lo spompato Presidente Hollande: i vignettisti di Charlie Hebdo, sarebbero caduti per aver difeso ciò che la Francia più di tutto simboleggia: la libertà.
Tutto l’Occidente imperialistico, con il suo sciame di media salmodianti, ha prontamente raccolto questa bufala colossale.

Che l’Occidente sostenga la libertà dipende dal punto di vista che si assume.
Prendiamo proprio l’esempio della Francia.

L’esercito francese è impegnato in operazioni militari offensive non solo in Afganistan contro i Talibani, ed in Iraq contro i Takfiri dell’ISIS.
In Africa, in difesa della sua tradizionale geopolitica coloniale, Parigi è impegnata in Mali (Opération Serval, 2800 soldati), in Ciad (Opération Epervier, 950 soldati), in Centroafrica (Opération Sangaris, 1200 soldati + Opération Boali, 410 soldati), nel Golfo di Aden (Opération Atalante 200 soldati), in Costa d’Avorio (Opération Licorne, 450 soldati).
Dispone, poi, di basi permanenti in Gabon (922 soldati), in Senegal (343 soldati), in Gibuti (1975 soldati) , nelle isole dell’Oceano Indiano Mayotte e La Réunion (1277 soldati).
Anche non tenendo conto delle centinaia di agenti militari e civili “coperti”, siamo ad un totale di più di diecimila mercenari armati fino ai denti.

Essi stanno forse lì a “difendere la libertà”?
O non piuttosto gli interessi coloniali francesi?
La seconda che abbiamo detto!
A spese, quindi, delle libertà di quei popoli di decidere il loro destino, in primo luogo di sbarazzarsi dei satrapi corrotti che restano al potere, spesso solo in virtù dell’impegno militare francese.

Si dà il caso che le vittime, o se si preferisce, i combattenti, a cui i mercenari francesi devono tenere testa, siano i movimenti guerriglieri etichettati a vario titolo come “Jahadisti”, “Fondamentalisti musulmani”, “Integralisti salafiti”, e che più ne ha più ne metta.

In poche parole: la Francia è in guerra su più fronti. Continua

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