Charlie Hebdo, Mario Cardinali, Direttore di “Il Vernacoliere”: “Anche l’Italia ha i suoi talebani”

Il Vernacoliere
Il mensile satirico livornese spesso prende di mira la Chiesa cattolica. Mario Cardinali a “Ilfattoquotidiano.it”:
“Da noi sono i preti che vorrebbero imporci cosa pensare, come comportarci ed a chi devolvere l’8 per mille.
Faremo un presidio sotto la nostra redazione in solidarietà con i colleghi francesi” Continua

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I Paesi che reprimono ferocemente atei ed agnostici

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Dall’Arabia Saudita al Pakistan gli atei e gli agnostici sono vittime di discriminazioni sistematiche: condanne, punizioni, campagne d’odio.
Fino alle pena capitale per chi abbandona la religione di Stato.
Tutto nel rapporto dell’International Humanist and Ethical Union

Condanne per apostasia. Leggi discriminatorie. Repressione per chi non crede in nessun Dio.
Un mondo da incubo, dove la spartizione tra diritti dei cittadini e doveri dello Stato laico non esiste.
E gli atei e gli  agnostici sono vittime di discriminazioni sistematiche: in alcuni Paesi, come in Italia, schiacciati da un sistema politico-economico, che privilegia le confessioni religiose, in altri sono oggetto di campagne d’odio, fino a rischiare la condanna a morte.È quanto emerge dal Freethought Report 2014 , promosso dall’International Humanist and Ethical Union (l’Uaar è membro per l’Italia) e diffuso oggi, in concomitanza con la giornata internazionale dei diritti umani.«Atei e umanisti sono sempre più vittime. Bersaglio non solo di leader religiosi radicali, ma anche di gruppi politici.
In troppi Stati scappatoie legali sono create intenzionalmente, per cercare di aggirare o sostituire gli obblighi internazionali per i diritti umani.
Sforzi per introdurre “principi umani islamici” vengono sabotati o sospesi sulla base di false richieste della popolazione o per la necessità di mantenere un Partito al potere» spiegano le attiviste e curatrici del rapporto Gulalai Ismail e Agnes Ojera.

Una cartina del mondo segnata dalle gravi violazioni.
In alcuni Paesi non è illegale identificare e segnare con la lettera scarlatta dell’ateismo.
In altri, pur accettando persone di differenti religioni, o aconfessionali, è vietato abbandonare la religione di Stato.
E la punizione per chi abbandona la propria fede è spesso la morte.
In ben 19 nazioni, i tribunali puniscono i propri cittadini con la pena capitale.

Leggi su misura per chi offende Dio, ma che di fatto vietano la critica dei leader religiosi e figure carismatiche.

Un esempio poco virtuoso: il governo di Islamabad.
Il Pakistan non prevede la condanna a morte per apostasia, ma ha perseguitato migliaia di persone da quando ha introdotto le leggi anti-blasfemia (ancora in vigore) nel 1988.
Per essere condannati basta una bestemmia in pubblico.

In tutto il mondo centinaia di persone rimangono nel braccio della morte o in carcere semplicemente perché non credono.
In Malesia il Primo Ministro Najib Razak ha bollato umanismo e secolarismo come «devianti», definendoli una minaccia all’Islam.

In Arabia Saudita una nuova norma equipara l’“ateismo” al “terrorismo”.
Chi non crede è semplicemente una minaccia per la tenuta delle dittature.

In Egitto, lo scorso Giugno, il Ministero della Gioventù Nuamat Sati ha annunciato una campagna, per diffondere la consapevolezza dei pericoli insiti nell’ateismo, definito «una minaccia per la società».
L’elenco delle dittature africane senza nessun rispetto è lungo.

Alle isole Comore dopo il referendum del 2009, il Governo ha introdotto una legge che dichiara l’Islam la religione di Stato, radicando le tendenze estremiste.
E poi lo schiacciante regime eritreo di Isaias Afewerki dove la religione è predominante nella vita culturale.

La popolazione è divisa tra Cristiani e Musulmani, ma ci sono gravi restrizioni imposte dal governo su chi non si “affilia” a nessun gruppo.
Ateo nel piccolo Paese del Corno d’Africa significa una cosa sola: persecuzione sociale.

Altrettanto drammatica la vita in Etiopia dove, nonostante la libertà di religione venga garantita dalla Costituzione, la minaccia dei terroristi somali Al-Shabaab, che uccidono brutalmente cristiani e atei, rimane alta.
E poi Somalia, Sudan, Swaziland, Gambia, Marocco, Libia, sono un grande buco nero dei diritti.

Fuori controllo l’Iraq dove spadroneggia lo Stato ultra-fondamentalista dell’Isis.
Il target dei gruppi armati sono le minoranze religiose, tra cui musulmani e “apostati”.

In Cina il Partito Comunista al Governo mantiene uno stretto controllo sulla popolazione e sopprime regolarmente la libertà di parola e di dissenso.
Il dossier lo descrive come il più ateo dei Paesi, ma per i suoi governanti la mancanza di diritti umani fondamentali non esiste.

Non va meglio in Indonesia (la terza più grande democrazia del mondo con 250 milioni di cittadini), dove gli atei rimangono socialmente emarginati e legalmente non riconosciuti.

Ma se è vero che le problematiche più gravi si riscontrano nei Paesi islamici questo non significa che altrove si possa abbassare la guardia.
Nella sezione del rapporto dedicata all’Italia si descrive un nutrito elenco di discriminazioni ai danni dei non credenti e di tutti quei cittadini che credono nella laicità dello Stato.

Discriminazioni da sempre denunciate dall’Uaar, l’Unione degli Atei e degli Agnostici di casa nostra, come spiega Raffaele Carcano:
“Sono troppi i Paesi in cui qualunque minoranza rischia di essere presa di mira ed i suoi componenti rischiano pesanti provvedimenti repressivi.
È necessario che i Governi, che hanno a cuore il problema, si muovano con decisione per far sì che ogni essere umano sia libero di manifestare liberamente le sue convinzioni in materia di religione.
Anche il nostro governo è chiamato in causa”.

Un’agenda politica piegata ai dettami del Vaticano: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche , il sistema di finanziamento statale agli istituti paritari, fino alle tante esenzioni e finanziamenti di cui gode la Chiesa cattolica che costa ogni anno allo Stato italiano sei miliardi di euro. [1]

NOTE
[1] Sasso Michele, “Quando la libertà di non credere è un reato”, “L’Espresso”, 10 Dicembre 2014.

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