25 Aprile. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulle scelte editoriali della Repubblica ora ha avuto una conferma.

Il suo fondatore, Eugenio Scalfari, non aveva certo scelto la via della Resistenza anzi nel 1942 era stato nominato caporedattore di Roma Fascista ma settant’anni più tardi mi sarei aspettato almeno una riga in prima pagina su La Repubblica in occasione della Festa della Liberazione. E invece no.

Ieri non volevo credere ai miei occhi. Nella mazzetta dei giornali non mi aspettavo certo che il Giornale o Libero dedicassero parole a Sant’Anna di Stazzema, ai martiri di Marzabotto, ma che “Repubblica” preferisse ricordare il quattrocentesimo centenario della morte di Cervantes e Shakespeare piuttosto che le centinaia di partigiani e civili uccisi non può essere considerata una dimenticanza ma una scelta.

Per un attimo ho pensato che l’edicolante mi avesse dato il giornale del giorno precedente. Ma non era così. Sulla “prima” del quotidiano diretto da Mario Calabresi ieri hanno preferito dare spazio a Valentino Rossi, alle 20mila idee di successo finanziate dagli amici del web e alla Juventus. Nemmeno un editoriale, una foto-notizia sul 25 aprile. Meglio parlare (sempre in “prima”) del boom dei viaggi per super ricchi: Vittorio Zucconi, nato quattro giorni prima l’eccidio di Stazzema, grande ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica, anziché dedicare qualche riga alla Festa della Liberazione, ha preferito raccontarci di quell’uno per cento del mondo che sborsa cifre a sei zeri per servizi riservati.

L’apertura, chiaramente, non poteva che essere destinata a lui, al premier con tanto di intervista su sei colonne alla seconda e terza pagina. Continua

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Il “Partito tedesco” c’è e “La Repubblica” è il suo “profeta”

 

Vogliamo anticipare subito la nostra conclusione: il “Partito tedesco” in Italia c’è, è capeggiato da “La Repubblica”.

La Germania — ad un quarto di secolo dall’unificazione  e 22 dalla firma del Trattato di Maastricht — è il Paese prevalente ed egemone in Europa.
Lo sarebbe diventato senza l’ausilio dell’Unione europea?
Quanto accaduto dimostra di no.
Per quanto non esista la controprova fattuale, noi riteniamo che senza il mercato unico (fondato su criteri mercantilistici e liberoscambisti) e senza l’Euro (fondato sui criteri monetaristi), la Germania non avrebbe raggiunto la supremazia europea.

Seconda domanda: può la Germania accettare di essere una potenza finanziaria ed industriale di livello mondiale e restare un nano sul piano politico-militare?
La nostra risposta è no.
Noi pensiamo che in barba alle rassicurazioni, la Germania è in procinto di ridiventare una grande potenza mondiale.

Si inganna chi pensa che la tesi biogeografica del Lebensraum (spazio vitale) sia una eccentrica idea nazista.
Uno Stato, sosteneva Trotsky nel 1929, deve tenere conto di costanti della sua geopolitica, malgrado radicali mutamenti di regime.
Guardate alla geopolitica tedesca dopo la riunificazione: essa segue le medesime linee espansionistiche di quella nazista: neutralizzare l’Ovest, per spadroneggiare ad Est.
Le gravissime tensioni, che si stanno scaricando sull’Ucraina, non sono solo il risultato della politica nordamericana, ma pure della pressione verso Est di Berlino.

Terza domanda: può sopravvivere l’Unione Europea alla tendenza tedesca ad assumere un ruolo di potenza mondiale?
No, non può resistere.
Ciò che fa traballare l’Unione non è solo la gravissima crisi economica dei suoi Paesi “periferici” e l’insostenibilità della moneta unica, è anche la spinta espansionistica tedesca.
Per comprendere come potrebbe andare a finire si studi attentamente la storia europea degli ultimi 200 anni, a partire dalla fine guerre napoleoniche, che fecero uscire la Germania dallo stato di minorità seguito alla Pace di Westfalia.
Il lepenismo in Francia, così come l’avanzata di diverse forze nazionaliste nei Paesi europei, possono essere compresi solo alla luce della storia, ovvero come indicatori della resistenza di nazioni, che si sentono minacciate dall’espansionismo imperialistico tedesco e non vogliono essere satellizzate.

Questo espansionismo è un fattore, che svolge una funzione catalizzatrice, addirittura scissoria, dei campi politici nei diversi Paesi europei, non solo orientali.
L’Italia, a ben vedere, è già vittima di questa potente pressione rappresentata dall’espansionismo tedesco.
Era già accaduto alle porte della Grande Guerra.
Accadde, con esiti opposti, alle porte della Seconda Guerra Mondiale, quando il regime nazional-fascista, nel 1936, decise di allearsi con il Terzo Reich, diventando di fatto uno Stato satellite della Germania nazista.

Leggiamo su “Affari e Finanza” (supplemento economico di “La Repubblica”) del 10 Novembre:
“Bruxelles 0 049 30 18 27 22 720: Henry Kissinger, che si chiedeva quale fosse il numero di telefono dell’Europa, oggi avrebbe una risposta.
Il numero è questo.
Peccato che non abbia il prefisso di Bruxelles, ma di Berlino.
È da qui, infatti, dal palazzo di vetro e cemento bianco della Cancelleria, che di fatto si governano i destini di cinquecento milioni di cittadini europei, anche se solo ottanta milioni di tedeschi hanno il diritto di scegliere chi poi guiderà tutti gli altri.
La prevalenza della Germania è ormai un fatto acquisito a livello europeo.
All’inizio era solo una prevalenza economica.
Poi è diventata politica. Ora ha raggiunto i livelli di una prevalenza culturale”.
[Andrea Bonanni, “Europa, tutto il potere a Berlino“]

Un’analisi quanto mai esatta di come stiano le cose in Europa e nell’Unione.
Bonanni continua poi indicando come Berlino abbia monopolizzato le istituzioni di Bruxelles, infiltrando i suoi uomini nei gangli vitali delle istituzioni europee.

Il lettore sprovveduto potrebbe dunque attendersi una conclusione che metta in guardia dalle conseguenze distruttive dell’egemonia tedesca sull’Europa, un invito a Berlino a fare qualche cedimento per salvare l’Unione.
Tutto il contrario! Ecco come conclude Bonanni:

“Come osserva un alto funzionario della Commissione, la Germania è l’unico Paese che sappia trasmettere un messaggio riconoscibile sul futuro della Ue.
E non è un messaggio egemonico.
Quando la Merkel parla di «fare i compiti» o di «mettere ordine in casa propria», può suonare antipatica e saccente, ma esprime una esigenza profondamente sentita da tutti i Tedeschi.
La richiesta quasi ossessiva di ordine, di affidabilità, di rispetto degli impegni assunti, non esprime una volontà di sopraffazione.
Declina, in base alla cultura ed alla logica tedesca, le condizioni alle quali la Germania è disposta ad accettare una ulteriore condivisione di sovranità.
Reinhard Silberberg, già incaricato per gli affari europei della Cancelleria ed ora ambasciatore tedesco presso la Ue, ama ripetere che la Germania, in Europa, «è un leader riluttante».
E non ha tutti i torti.
Per restare sul treno europeo, la Merkel in questi anni ha dovuto piegarsi ad accettare molti passi che non avrebbe mai voluto compiere: dal fondo salvastati all’unione bancaria, dagli interventi straordinari della Bce alla supervisione unica del sistema creditizio, al ruolo decisivo del Parlamento europeo nel nominare il presidente della Commissione.
Questa Europa a sovranità limitata e sotto tutela di Berlino non è un’Europa tedesca.
È solo un’Europa in dolorosa transizione.
Quando i Governi nazionali, a cominciare da quello francese, capiranno che il solo modo per restituire piena sovranità ai loro cittadini è quello di condividere il potere politico come hanno condiviso la moneta, la Germania sarà probabilmente la prima a dire di sì.
Ed ottanta milioni di tedeschi smetteranno, forse con sollievo, di decidere per cinquecento milioni di europei”. [ibidem]
Sono lontani i tempi di quando Kohl, dichiarava solennemente:
“Non voglio un’Europa tedesca, ma una Germania europea”. Oramai l’ Europa è germanizzata.

E nonostante questo i filo-tedeschi si agitano anche in Italia.
Sono quelle frazioni delle classi dominanti, che punzecchiano Renzi, che scalpitano contro la sua Legge di Stabilità, perché non è piaciuta alla Merkel.
Di queste frazioni “La Repubblica” è il vero e proprio organo di stampa e propaganda.
Non dimenticate l’intervento di Eugenio Scalfari del 3 agosto quando, in polemica con Renzi, invocò il commissariamento dell’Italia da parte della troika:
“Sotto il profilo politico sarebbe uno scacco, ma a volte bisogna trascurare la vanagloria”.
Col pretesto di biasimare la (indiscutibile) “vanagloria” del Primo Ministro, Scalfari diede apertamente voce al “Partito tedesco” italiano.
Per quanto sia triste, come facevamo notare, anche certa suicida Sinistra-radicale-anti-nazionale ha deciso di arruolarsi al “Partito tedesco”.

La storia, ricordava Marx, si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa.
Sbarrare la strada al “Partito tedesco”, senza tuttavia diventare truppe ausiliarie di quello “americano”.
Battere il “Partito tedesco”, senza tuttavia fare alcuna concessione allo sciovinismo nazionalista.
È possibile non uscire con le ossa rotte dalla fine dell’Unione, è possibile evitare la Troika e non diventare satelliti della Germania.
Occorre crederci e non rassegnarsi al destino.[1]

NOTE
[1] Pasquinelli  Moreno, Il “partito tedesco”, Campo Antimperialista,2 Novembre 2014.

 

 

 

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Videobufale dalla Siria: la BBC ci dà ragione! Noi non diamo ragione alla BBC e neppure a “La Repubblica”

Le bufale siriane
Queste sì che sono soddisfazioni!
Non capita spesso, dopo aver perso ore ed ore ad esaminare un ennesimo video dei “ribelli siriani”, per cercare di evidenziarne  le incongruenze, che lo rivelano essere un falso, di vedere in Internet  addirittura il video del backstage e la fotografia della troupe cinematografica (attori inclusi), che lo ha prodotto.
È successo oggi per l’articolo “Videobufale dalla Siria: la faccia tosta di Repubblica” pubblicato  ieri su questo sito, che denunciava l’evidente falsità di un video (se “Repubblica” lo ha rimosso dal suo sito, clikkate qui per vedere il video e qui per lo screenshoot), che, nonostante questo, è stato spacciato (anche se con ipocrite “precisazioni”) da “Repubblica”, fruttandole 56.000 visualizzazioni ed il conseguente introito pubblicitario; così come  è stato per altri “prestigiosi” giornali on line (5 milioni di visualizzazioni).

Oggi, a seguito della inoppugnabile documentazione postata da alcuni Compagni su Facebook (a proposito, grazie di cuore a Rustam ed a Marco) la bufala è stata definitivamente smascherata con la pubblicazione on line del backstage del film, realizzato a Malta da una troupe diretta dal regista norvegese Lars Klevberg. Continua

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