Lettera da un deportato: “Caro amico, mi chiedi perché non mangio carne…”

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Il 27 Gennaio 1945 avveniva la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz.
Nel 2005, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in occasione del sessantesimo anniversario di questa ricorrenza, designava con la risoluzione 60/7, nel corso della 42ª riunione plenaria, il 27 Gennaio di ogni anno come Il Giorno della Memoria in commemorazione delle vittime dell’Olocausto.

Sottoriportata la traduzione di una lettera dello scrittore, memorialista e pacifista tedesco Edgar Kupfer-Koberwitz, nato a Kobierzyce, 24 Aprile 1906, scomparso a Stoccarda il 7 luglio 1991.
Fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Dachau nel 1940, da dove venne liberato nel 1945.
In questo lager riuscì a scrivere di nascosto alcuni appunti, sotto forma di lettere ad un amico, pubblicati al termine della guerra col titolo “Animal brothers” nel quale metteva in correlazione le violenze inflitte agli esseri umani e quelle subite dagli animali.
La testimonianza di Koberwitz è stata raccolta inoltre nel saggio “Un’eterna Treblinka” di Charles Patterson.

Caro amico,
mi chiedi perché non mangi carne e ti domandi per quale ragione mi comporti così.
Forse, pensi che ho fatto un voto o una penitenza, che mi priva di tutti i piaceri gloriosi del mangiar carne.
Pensi a bistecche gustose, pesci saporiti, prosciutti profumati, salse e mille altre meraviglie, che deliziano gli umani palati; certamente ricordi la delicatezza del pollo arrostito. Continua

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SHOAH, OGGI IN CLASSE SI CELEBRA IL FUNERALE DELLA MEMORIA

Oggi in classe non parlerò di Olocausto.
Leggerò solo la cronaca della notizia apparsa ieri sui quotidiani, delle teste di maiale spedite a Roma, alla sinagoga, all’ambasciata di Israele e al museo.
Riguarderò con i miei allievi le orribili scritte contro gli ebrei fatte sui muri della capitale:
“Hanna Frank bugiardona; Olocausto menzogna mondiale”.

Non celebrerò il 27 gennaio perché nelle mie classi la memoria non dura quanto un orgasmo.
Voglio dirlo con le parole dello storico francese Georges Bensoussan, responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi:
“Non si può insegnare la Shoah ai bambini, non si può mostrare loro Treblinka.
Perché è una memoria troppo pesante, troppo dura da portare e finisce per colpevolizzarli.
Si può, anzi si deve, insegnare loro cosa c’è intorno alla Shoah, cosa sono il razzismo o l’intolleranza.
Alle elementari puoi parlare di Anna Frank. Delle camere a gas, no”. Continua

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27 GENNAIO: RICORDIAMO ANCHE GLI ALTRI OLOCAUSTI

In una sua vecchia canzone, Guccini si chiede:
“ Cos’è un lager? …” [1]

Grazie al testo di due Storici italiani, tanto validi quanto poco conosciuti, (siamo in Italia e tra le due “cose” esiste una correlazione perfetta), forniamo una risposta abbastanza diversa dalle consuete.

1)     “… i lager hanno anche un’altra funzione nel modo hitleriano.
Essi servono cioè come una sorta di laboratorii sociali, in cui sperimentare nuove forme di dominio dell’uomo sull’uomo, che possano risultare utili al sistema capitalistico, per neutralizzare quanti esso rende marginali o considera ostili.
Nei lager, infatti, non c’è disordine, ma, al contrario, un ordine, per quanto perverso, formalistico e minuzioso.
Gli internati sono suddivisi in categotire ordinate gerarchicamente e distinte da contrassegni visibili:
più in basso di tutti gli Ebrei, segnati con un triangolo giallo;
poi, i Comunisti, (categoria nella quale sono compresi i prigionieri russi ed i semplici oppositori politici), segnati con un triangolo rosso;
poi, gli asociali, (cioè Zingari, omosessuali e lavoratori licenziati per infrazioni alla disciplina di fabbrica o di ufficio), segnati con un triangolo nero;
poi, i dissidenti religiosi, (Valdesi, Testimoni di Geova, ecc.), segnati con un triangolo viola;
e al vertice i criminali comuni, (per lo più i condannati dai tribunali per omicidio o violena carnale), segnati con un triangolo verde.
A questi ultimi viene affidato il compito di mantenere la disciplina quotidiana (implicante l’uccisione dei deboli e dei malati, lo smistamento delle cavie, ecc.), che essi eseguono con brutale e attenta efficienza, perché a questo prezzo hanno salva la vita.
Ciò a cui mirano i Nazisti, infatti, è che ogni lager produca lavoro, torture e morte autonomamente, con un intervento minimo delle SS, facendo collaborare al suo funzionamento, in cambio della vita o persino di un differimento della morte, una parte degli stessi internati, in base alle gerarchie interne di cui si è detto, e spegnendo nell’altra parte ogni spirito di rivolta attraverso precise tecniche di distruzione anche psicologica.
In tal modo, il lager diventa il prototipo sperimentale di un futuro perimetro sociale in cui possano essere gradualmente annientati, senza pericoli di rivolte né necessità di impiego di grandi forze repressive e conseguente inevitabile pubblicità della repressione, tutti coloro, per quanti numerosi possano essere, che non sappiano accettare il posto loro assegnato nella società dal Nazismo” [2]. Continua

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