Turchia non fa rima con Democrazia. Salvagenti e filo spinato sotto l’ambasciata turca a Roma.

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Oltre mille manifestanti hanno sfilato a Roma nei pressi dell’ambasciata turca per contestare l’accordo tra Ue e il governo di Erdogan sui migranti, che prevede il respingimento in territorio turco di chi entra illegalmente in Europa attraverso l’Egeo. I manifestanti hanno lanciato uova verso l’ambasciata, presidiata da molti agenti di polizia, e hanno disseminato le strade adiacenti con i simboli delle rotte dell’immigrazione: dai salvagenti ai gommoni usati per le traversate fino alle tende dei campi profughi e il filo spinato dei muri lungo i confini europei

Fonte: http://video.repubblica.it/edizione/roma/roma-manifestazione-no-borders-salvagenti-e-filo-spinato-sotto-ambasciata-turchia/237771/237575.

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Non c’è liberazione se si alzano muri.

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Lettera aperta alle donne che vogliono un altro genere di Europa
Il 25 Aprile festeggeremo, come sempre, l’anniversario della Liberazione.
Ma in quale liberazione oggi possiamo riconoscerci come cittadine europee?
Di fronte alle tragiche morti nel Mediterraneo, e alla terribile condizione di migliaia di richiedenti asilo davanti alle frontiere chiuse e ai fili spinati, c’è chi in nome dell’Europa pronuncia parole intrise di razzismo e di crudele indifferenza.
Rinascono – o forse non sono mai scomparse – regressive logiche patriarcali e nazionaliste nemiche dei diritti umani e delle libertà.
Poter andare dove si vuole, dice Hannah Arendt, è il gesto originario dell’essere liberi, e questo le donne lo sanno bene.
Sbarrare le porte dell’Europa a migliaia di persone in fuga da guerre e violenze, o costringerle ad ammassarsi nei disumani campi profughi, davanti a frontiere improvvisamente risorte nonostante Schengen, significa violare i loro diritti e accettare anche di vederle morire davanti ai nostri occhi, com’è accaduto tempo fa alla frontiera macedone dove tre giovani, tra cui una donna, sono stati travolti dai gorghi del fiume Suva Reka nel tentativo di passare a nuoto il confine. Ma non basta. Adesso istituzioni e governi propongono respingimenti collettivi con il ricorso a forze di polizia eufemisticamente chiamate “Guardia costiera e di frontiera europea”.
“Se non saremo in grado di proteggere le nostre frontiere esterne allora questo potrebbe portare a una grave perturbazione del nostro mercato interno”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel.
Grave perturbazione del mercato? Continua

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L’anima della Grecia è sempre stata la sua cultura

Lettera aperta agli intellettuali di tutto il mondo scritta dal ministro greco alla Cultura, Aristide Baltas:

“Mi rivolgo a voi, artisti e intellettuali di tutto il mondo, dalla Grecia, un Paese in cui sono intrappolati i rifugiati ogni giorno di più.
E questo perché alcuni Paesi europei hanno chiuso le loro frontiere, rifiutando anche di garantire loro un passaggio sicuro verso una destinazione dove sarebbero accettati per vivere.

Mi rivolgo a voi dalla Grecia della crisi.
Un Paese i cui abitanti sono vittime dell’austerità, soffrono di disoccupazione e di povertà e vivono un presente difficile e un futuro incerto. In un’Unione europea che sta attraversando la sua seconda grande crisi. Una crisi politica questa volta. O forse, esistenziale.

Tuttavia, i greci – benché vittime dell’austerità – fanno tutto il possibile per soccorere i rifugiati e migranti.
Le vittime di guerra e di estrema indigenza. I dannati della nostra terra. Per soccorrerli in tutti i modi possibili. Con generosità e altruismo. Spesso offrendo quel poco che hanno, nonostante le loro scarse risorse.
Perché la Grecia ha vissuto lo sradicamento. Ma anche perché su questo suolo il rispetto e l’accoglienza dello straniero è un dovere etico fin dai tempi antichi.
La Grecia rimane la terra di ospitalità. “Metti sul tavolo un piatto di più”, non abbiamo mai smesso di cantare.

L’anima della Grecia è sempre stata la sua cultura.

Voi, artisti e intellettuali di tutto il mondo, lo sapete molto bene. E lo sapete perché studiate il suo patrimonio culturale che è anche la vostra eredità. Lo sapete perché esercitate la vostra arte, in quanto che essa si trova in tensione permanente con questa eredità. Lo sapete perché avete sfiorato in diversi modi le attuali espressioni di questa cultura.
Le frontiere chiuse impongono alla Grecia di portare sulle spalle il peso del mondo.
L’onere derivante dalla guerra e dalla povertà estrema, di cui la Grecia non ha alcuna responsabilità. Eppure, la Grecia ha assunto questo fardello. Volontariamente. Obbedendo all’antico imperativo etico. Dimostrando, e nello stesso tempo modellando, le sue attuali qualità morali.
E salvando l’onore del mondo.
Però la Grecia è un piccolo Paese e questo carico è così difficile da sostenere. Né lo Stato né il popolo greco sono in grado di portare il peso da soli.

È per questo motivo che mi rivolgo a voi, artisti e intellettuali di tutto il mondo. A voi che sapete molto bene che l’uomo non può vivere di solo pane. A voi che sapete molto bene che, anche in condizioni di estrema povertà, anche di fronte alla morte, l’uomo non smetterà di cantare una canzone, di tracciare un disegno, di fare due passi di danza, di ricordarsi o scrivere qualche verso di poesia.

Mi rivolgo a voi, perché potete trasmettere e diffondere questa conoscenza in tutto il mondo. Per scuotere la coscienza globale. In mille modi. Quelli che la vostra creatività inventerà. Dimostrando a tutti che il peso del mondo appartiene a tutti. Così come il suo onore.

Mi rivolgo a voi, artisti e intellettuali di tutto il mondo, perché con le vostre creazioni e riflessioni state formando, ad ogni momento, la coscienza del mondo. Date forma a quel valore intangibile che salva la memoria dell’umanità e garantisce la continuazione della sua storia.
Molti di voi l’hanno già fatto. Molti di voi hanno già parlato. Purtroppo, la nostra – e anche vostra – poetessa Kiki Dimoula esorta tutti noi:
Parla. Di’ qualcosa, qualsiasi cosa. Ma non stare lì come un’assenza d’acciaio’.
Tutto come il nostro – e anche vostro – Giorgos Seferis ci ricorda: ‘La tua vita è tutto quello che hai dato’.”

Marzo 2016

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In Grecia le proteste divampano

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14 Febbraio 2016

LA PROTESTA CONTRO L’AUSTERITY GRECIA, AGRICOLTORI IN RIVOLTA BLOCCANO L’AUTOSTRADA: “NON CE LA FACCIAMO PIÙ”.

Da questa mattina gli agricoltori del Peloponneso per protesta sono riuniti sull’istmo di Corinto. Bloccano la principale autostrada di Grecia, per raggiungere Atene bisogna passare sulla statale, che, per ora è aperta. Ma questo è solo uno dei 68 blocchi stradali di cui si ha notizia, la Tessaglia è paralizzata.

Vassili coltiva uva da tavola e produce olio nel Peloponneso. “Siamo qui perché non ce la facciamo più – ci dice – appena pochi anni fa pagavamo il 6%di tasse, poi l’hanno alzate al 13% e ora vogliono portarle al 23%, senza contare che le accise su fertilizzanti, sementi, carburante sono arrivate alle stelle. Poi ci chiedono, per la prima volta, di pagare contributi pieni per la pensione. Se va avanti così nel giro di due anni le nostre terre se le prenderanno le banche e noi diventeremo loro schiavi”. Da questa mattina gli agricoltori del Peloponneso in rivolta sono riuniti qui, sull’istmo di Corinto. Bloccano la principale autostrada di Grecia, per raggiungere Atene bisogna passare sulla statale, che, per ora è aperta. Ma questo è solo uno dei 68 blocchi stradali di cui si ha notizia, soprattutto nel nord della Grecia. L’intera Tessaglia è paralizzata e non è facile passare il confine a nord, con Bulgaria, Turchia e Macedonia. Si sono già registrati tafferugli tra agricoltori e camionisti che hanno cercato di forzare i blocchi.

Voci dalla protesta Ermas è sorpreso, amareggiato e deluso per l’atteggiamento della polizia. “Venerdi volevamo sfilare pacificamente al centro di Atene con i nostri trattori ma la polizia ce l’ha impedito – racconta – hanno lanciato i lacrimogeni e le granate stordenti, ma noi non molliamo, bloccheremo l’arrivo ad Atene dei generi alimentari freschi, vedrete nelle prossime ore”. Attorno ai trattori che bloccano il traffico fioriscono i capannelli, si discute sul da farsi, una cosa è chiara: questa protesta non si ferma. Arriva una delegazione da Atene: “Noi lavoriamo in ospedale ma siamo qui per solidarietà” ci dicono. La battaglia che unisce è contro le tasse È una strana mobilitazione quella di queste settimane, in cui si ritrovano gli attivisti del partito neonazista Alba dorata, molto forti nelle zone rurali, e i comunisti che hanno salde radici in Tessaglia, nel nord della Grecia, piccole imprese di professionisti, ma anche sindacati del settore privato. Il nemico è ancora l’austerity imposta dai creditori ma quel che si vuole scongiurare non sono, stavolta, i tagli, che Tsipras vuole evitare. La battaglia è contro le tasse, dirette e indirette, che i Greci hanno finora pagato in misura molto minore rispetto agli altri paesi europei. Quel che contestano è soprattutto la velocità del cambiamento, che sta raddoppiando o triplicando i prelievi fiscali e contributivi, colpendo allo stesso modo gli studi professionali e i contadini. Il mondo produttivo greco non è pronto, non ha avuto né tempo né, finora, incentivi a diventare così competitivo da reggere un prelievo fiscale da “paese normale”. Continua

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A Lisbona il “trattamento Atene”. Poi tocca a noi.

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Aumenta lo spread dei titoli di stato portoghesi. Il governo di sinistra, che si aspetta un deficit di bilancio del 2,2 per cento del Pil, è ovviamente allarmato: deve chiedere quel 2,2 per cento che manca a quadrare i bilanci ai “mercati”. Le agenzie di rating già hanno catalogato il debito pubblico portoghese “speculativo”, ossia a massimo rischio di insolvenza: i “mercati” (l’usura) esigono ovviamente di estrarre dal paese interessi altissimi, proibitivi dopo 8 anni di tagli della cinghia e austerità feroce. Feroce come prova il fatto che il deficit di bilancio portoghese, l’anno scorso, è stato del 4,2 per cento. Contrariamente all’Italia, Lisbona ha fatto i compiti a casa, tagliando il deficit quasi della metà.

Otto anni di sacrifici durissimi senza prospettive di miglioramento sono anche la causa per cui l’elettorato ha votato “a sinistra”. A novembre, il primo ministro Antonio Costa, eletto (non come il nostro), ha promesso di porre fine alla “strategia di impoverimento dell’Unione Europea”. Con l’appoggio di verdi, comunisti e blocco delle sinistre, ha aumentato il salario minimo, l’IVA, e approvato una legge che protegge dal pignoramento della casa gli insolventi. Ha anche promesso un aumento delle pensioni e riduzione delle contribuzioni sociali per i lavoratori a più basso reddito.

Ovviamente, Bruxelles si è avventata contro Lisbona: “La UE ritiene la bozza di bilancio di previsione a rischio di non-adempimento della Patto di Stabilità e di Crescita”, ha comunicato nella sua neolingua orwelliana, ed obbligato il governo eletto a cambiarlo, mettendo in forse le promesse di Costa. La Commissione ha di fatto preso il bilancio portoghese sotto la sua amministrazione controllata ed annunciato che lo “valuterà” (correggerà) ad aprile. Il governo eletto ha scongiurato il rigetto puro e semplice del bilancio mettendosi a trattare: Bruxelles ha ordinato che Lisbona tiri fuori quasi un altro miliardo (950 milioni d euro) dalla sua miseria per dedicarlo alla riduzione del debito. Mario Centeno, il ministro delle finanze, ha proposto tagli per 450. Alla fine ha dovuto accettare tagli per 850 milioni. A questo scopo, dovrà rincarare ulteriormente l’Iva su petrolio e tabacchi, varare una supertassa per l’acquisto di auto nuove, prelievi fiscali sui servizi bancari e sulle transazioni finanziarie.

Non basta. Quindi è entrata in scena la vera padrona d’Europa, la cancelliera. Ha convocato il primo ministro socialista a Berlino per fargli la lezione. In una intervista al Frankfurter Allegemeine Zeitung, Costa ha provato a difendere la sua posizione con argomenti del tipo: il lavoro portoghese soffre la concorrenza globale con i paesi a bassi salari, Cina ed Est Europa; dall’entrata nell’euro, “la nostra economia è in stagnazione”; il governo precedente non ha corretto la situazione: “Era un errore pensare che fosse possibile a forza di impoverire ciascuno”. La Merkel ha respinto il ragionamento. “Tutto si deve fare per continuare nella direzione precedente, che ha avuto successo”.

Secondo certe valutazioni il vero scopo della durezza di Berlino è spaccare la alleanza delle sinistre e far cadere il governo. L’alleanza è fratturata. Già la liquidazione della Banca Banif, che su “suggerimento” europeo è stata accollata ai contribuenti portoghesi, facendo aumentare il deficit del Pil dal 3 a 4,2 per cento, ha visto la viva opposizione di tutte le formazioni che sostengono il governo socialista, comunisti, verdi, blocco delle sinistre. La Troika ha naturalmente fatto la sua parte, lanciando “avvertimenti”. Adesso la portavoce di quest’ultima formazione, Catarina Martins, sembra aver capito il gioco, perché ha dichiarato: “Nessun avvertimento da nessuna parte lanciato può mettere in questione l’accordo che abbiamo firmato per mettere fine all’impoverimento in Portogallo”.

Il giornale del blocco delle sinistre, Esquerda, ritiene che la inflessibilità brutale di Bruxelles (Berlino) serva anche come messaggio lanciato alla Spagna: “Dissuadere il partito socialista spagnolo dall’optare per una soluzione di tipo portoghese”. Berlino vuol spingere Madrid, dove la disoccupazione è al 24 per cento, a tornare entro i limiti del famoso 3%: che si tradurrebbe nell’estrazione dalle tasche spagnole di altri 8 miliardi di euro. “Podemos”ha come programma dichiarato di metter fine alla politica di austerità, che “ha avuto tanto successo”. Il commissario europeo all’economia e finanze, il francese Moscovici non ha fatto commenti sui negoziati in corso fra il partito socialista iberico e “Podemos” (sarebbe stato imbarazzante, essendo Moscovici un ‘socialista’, il che fa’ un po’ridere), ma ha pronunciato le solite frasi in neolingua sull’obbligo per Madrid di rispettare “Il patto di stabilità e crescita” con “un maggiore sforzo”. Continua

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TTIP, dittatura economica made in USA. Perché siamo in Democrazia !

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“Gli Stati Uniti gettano la maschera. Con il Ttip vogliono invadere il mercato europeo. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto che analizza le conseguenze su import ed export per le due sponde dell’Atlantico qualora il Ttip venga approvato. I risultati sono impressionanti.

Con il Ttip e la rimozione delle protezioni sanitarie nel commercio, il surplus europeo scenderebbe da 7,6 a 0,1 miliardi di euro. Gli Stati Uniti esporterebbero in Europa beni dal valore di oltre 9,5 miliardi di dollari. Le eccellenze dell’agricoltura europea verrebbero rase al suolo. A chi conviene, dunque, il Ttip? Sicuramente no a chi produce in Europa.

L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di rimuovere tutte le barriere al commercio e azzerare i dazi di ingresso. In Italia e in tutti i paesi europei entrerebbero, così, alimenti e prodotti altamente nocivi o le cui conseguenze sulla salute delle persone sono oggi sconosciute. Negli Stati Uniti vengono considerate barriere i regolamenti europei che vietano l’uso di sostanze potenzialmente nocive nell’agricoltura e nell’allevamento, come per esempio certi di pesticidi o gli OGM. E infatti i prodotti americani che più beneficerebbero del TTIP, secondo lo studio del Dipartimento dell’agricoltura americana, sono la carne (+965%), il latte in polvere (+900%), il formaggio (+987%), ma soprattutto il pollo (+33.500%) e il maiale (+4.000%).

Oggi il volume degli scambi di carne suina e avicola è bassissimo perché gli americani trattano queste carni con sostanze nocive vietate in Europa, come ormoni della crescita, cloro e ractopamina. Ecco spiegato il boom: con il Ttip questi prodotti entrerebbero in un mercato oggi chiuso per ragioni di salute pubblica. Continua

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Eurotruffa o Quelli che ‘l’euro era giusto, ma il cambio era sbagliato’

Alberto Bagnai scrive:
Guardate questo breve scambio su Twitter:

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Paolo Cirino Pomicino sostiene che l’entrata nell’euro non fu di per sé un errore: l’errore fu entrarci al cambio sbagliato. Alla richiesta di precisare quale sarebbe stato quello giusto, precisa: “poco più della metà”. Insomma, il cambio corretto, secondo Cirino Pomicino, sarebbe stato di circa 1000 lire per euro (la conversazione, se interessa, è qui).

Qualcuno penserà: “Chiacchiere del sabato sera!”, e tirerà dritto. Sbaglierebbe. Quello che vi ho appena mostrato è in effetti un documento storico sconvolgente, e, se vorrete seguirmi, proverò a spiegarvi perché.

Intanto, rivolgo il mio pensiero ai più giovani, quelli che magari sono “euronativi” (nel senso che non hanno mai usato altra moneta che l’euro). Loro, legittimamente, possono ignorare chi sia Paolo Cirino Pomicino. Nato nel 1939, laureato in Medicina e chirurgia, era ministro del Bilancio e della programmazione economica quando, il 7 febbraio del 1992, venne firmato il Trattato di Maastricht. È stato quindi un politico influente: un medico titolare di un ministero economico all’epoca in cui l’Italia prese quella che ormai tutti riconoscono come una decisione quanto meno avventata, l’ingresso nella moneta unica. Preciso che il Trattato non lo firmò lui. Lo firmarono due suoi colleghi: Carli (Tesoro) e De Michelis (Affari esteri), per l’allora presidente della Repubblica italiana (Scalfaro).

E ora, rivolgo il mio pensiero ai meno giovani (cui appartengo), quelli che queste cose le ricordano, e che spesso sento svolgere “ragionamenti” analoghi a quelli di Cirino Pomicino: “Eh, ma il cambio era sbagliato! Eh, ma saremmo dovuti entrare a 1000 lire per euro! Eh, ma entrando a quasi 2000 i prezzi sono raddoppiati, e questo ci ha rovinato!”, ecc.

Vorrei sommessamente far osservare che purtroppo questi sono ragionamenti da bar, e per chiarirlo, ahimè, è necessario fare un piccolo sforzo: quello di ricordarsi come funzionava il Sistema monetario europeo (SME) prima dell’entrata nell’euro. Credo che lo sforzo valga la pena di farlo, perché permette di capire una volta per tutte due cose non banali:

1. che il cambio a 1936,27 lire per un euro non saltò fuori dal nulla e 2. che cosa sarebbe successo se avessimo dato retta a Cirino Pomicino entrando a 1000 lire per euro. Continua

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Volkswagen, la caduta del mito tedesco che fa scendere Angela Merkel dall’Olimpo. Le precedenti truffe teutoniche.

Se la Grecia ha truccato i conti dei suoi bilanci, la Germania ha truccato le macchine ed ha inquinato l’ambiente.
L’equazione è a furor di popolo. Anzi di popoli.
La reputazione è un valore aggiunto.
Se cade, è un macigno che rischia di far traballare un Paese intero.
Tanto più che il caso Vw è solo il più clamoroso di una lunga serie. Continua

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Oggi 24 mila morti. Domani pure.

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Sono molto com­mosso per la grande com­mo­zione, nella Comu­nità Eco­no­mica Euro­pea, per i migranti morti nel ten­ta­tivo di fug­gire dai disa­stri uma­ni­tari cau­sati in Siria, Libia ed altrove dagli Stati Uniti e dalla Comu­nità Eco­no­mica Europea.

Sape­vate dell’esistenza di migranti siriani quando in Siria non c’era la guerra ed era al potere Assad?

Rispondo io per voi: non ce n’era uno.
Gra­zie allora al Pre­mio Nobel per la Pace Barack Obama, gra­zie ai demo­cra­tici Paesi euro­pei, gra­zie alla nostra fedele alleata petro­li­fera Ara­bia Sau­dita, prin­ci­pale amica dell’ISIS insieme alla demo­cra­ti­cis­sima Tur­chia fasci­sta di Erdo­gan, nostra fedele alleata. Continua

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Il “Guardian”: l’ignobile Schäuble già rovinò la Germania Est

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Per capire le richieste di Wolfgang Schäuble nei colloqui di salvataggio, dovete guardare a ciò che ha inflitto al suo Paese quando si è riunificato.
Ogni dramma ha bisogno di un grande cattivo, e nell’ultimo atto della crisi greca Wolfgang Schäuble, il 72enne Ministro delle Finanze tedesco, è emerso come straordinario villain: i critici lo vedono come un tecnocrate spietato, che ha usato modi pesanti su un intero Paese ed ora ha intenzione di spogliarlo del suo patrimonio.
Una parte dell’accordo di salvataggio, in particolare, ha scandalizzato molti Europei: la proposta di creazione di un fondo progettato, per selezionare accuratamente beni pubblici greci del valore di 50 miliardi di euro e privatizzarli per pagare i debiti del Paese.
Ma la chiave per comprendere la strategia della Germania è che per Schäuble non c’è nulla di nuovo in tutto questo.
Venticinque anni fa, durante l’Estate del 1990, Schäuble guidava la delegazione della Germania Ovest, che stava negoziando i termini dell’unificazione con la Germania Est ex-comunista. Continua

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AUSTERI CON IL CULO DEGLI ALTRI: riepilogo dei trattamenti pensionistici di BCE, UE e FMI. Ipocriti.

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In questo articolo riuniamo ed integriamo i tre articoli già dedicati al tema dei privilegi pensionistici riservati ai dipendenti della famosa “Troika”: Banca Centrale Europea, Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale.
La finalità è quella di dimostrare come sia facile tagliare lo stato sociale degli altri, quando il proprio trattamento è quanto meno da privilegiati.
Predicare austerità e praticare prodigalità.

Dear Mr Varoufakis and Mr Tsipras, please read our article.
As we know that, in these days, you are always under pressure by international financial institution for cutting again pensions and social security, we suggest you to ask for Greek people to have the same pension treatment that is applied to BCE, UE and IMF workers.
Nothing more, but nothing less too, because it is too easy to talk the talk, and to do not walk the walk.

Yours Faithfully

Ulrich Anders and Fabio Lugano.

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LE PENSIONI D’ORO DELLA BCE

Da anni la Troika, la UE, l’OCSE, l’FMI e la BCE ci massacrano sulle nostre pensioni, pretendendo l’applicazione bovina della famigerata austerità ad anziani che guadagnano magari 700 euro al mese.

Migliaia di esodati hanno pagato per le “riforme” pensionistiche di Fornero-Monti-PD & Co. Continua

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Chi l’ha detto che non si può fermare l’Unione Europea? Belgio in sciopero

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Contro l’austerità Ue. Belgio paralizzato dallo sciopero

Sciopero generale di 24 ore riuscitissimo oggi, in Belgio, contro le misure di austerità decise dal Governo di Centrodestra, guidato da Charles Michel, che prevedono ben 11 miliardi di euro di tagli al welfare ed al lavoro, l’innalzamento dell’età per andare in pensione e l’abolizione dell’adeguamento automatico degli stipendi all’inflazione.

Mai vista, nel tranquillo ed a lungo benestante Paese, che ospita la “capitale d’Europa”, una simile mobilitazione.
Tutto si è davvero fermato: porti, collegamenti aerei, ferroviari, trasporto pubblico locale, uffici, scuole, fabbriche, imprese.

Persino la Segretaria generale della Confederazione dei sindacati cristiani, Marie-Helene Ska, ha detto che “non c’è mai stato uno sciopero così forte, unitario, dal nord al sud e dall’est all’ovest del Belgio: non è uno sciopero corporativo ma un segnale forte”.
Ha spiegato Philippe Peers, segretario del sindacato CGSP:
“Stanno attaccando i lavoratori ed allo stesso tempo fanno regali alle grandi aziende, ai ricchi.
Non possiamo accettarlo”. Continua

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Come si permette Juncker di lanciare queste minacce?

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Se l’Italia e la Francia non procederanno con le riforme annunciate si arriverà «ad un inasprimento della procedura sul deficit».
E se «alle parole non seguiranno i fatti, per questi Paesi non sarà piacevole».
Lo ha detto il presidente della commissione Ue, Jean-Claude Juncker, intervistato dal quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.
«Dovremmo dare fiducia agli Italiani ed ai Francesi.
E poi vedremo, proprio a Marzo, come sarà andata» – ha detto anche Juncker.
«I governi ci hanno garantito che faranno quanto annunciato», ha aggiunto. [1]

Dovrebbe essere lui a temere conseguenze spiacevoli per la condotta immorale, conseguita sostenendo l’elusione fiscale nei 20 anni di guida del Granducato di Lussemburgo e non gli Italiani o i Francesi.
La vostra firma per il referendum sull’euro assieme ad altre milioni di firme servirà a far capire ai poteri forti che il popolo italiano è vivo e che vuole partecipare al processo decisionale senza accettare a priori dittature finanziarie enunciate da tecnocrati, burattini di banche d’affari e speculazione.Marco Valli

NOTE
[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-12-10/juncker-senza-riforme-conseguenze-spiacevoli-italia-e-francia-114434.shtml?uuid=ABhMleOC.

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