La finanza internazionale e la controriforma costituzionale

partito-anti-democratico
I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alle cadute delle dittature, e sono rimaste segnate da quell’esperienza.
Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste …
I sistemi politici del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso basate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi
” (J.P.Morgan, 2013).

Perché Matteo Renzi investe tutto il suo capitale politico per una riforma della Costituzione della quale, si può supporre, alla gran parte dei cittadini italiani non interessa per nulla? Perché lo fa in disprezzo del duplice fatto che la riforma è partorita da un Parlamento dichiarato illegittimo e del fatto che questo provvedimento non era nel suo programma elettorale? La risposta può rinviare a due soli ordini di ragioni: il primo, per così dire, psicologico; il secondo propriamente economico.

Il primo potrebbe riguardare il fatto che Renzi voglia, per così dire, passare alla Storia come “il grande riformatore”, “il costituente del XXI” secolo. Potrebbe essere. Ma pare davvero una motivazione molto parziale a fronte della quale si può contrapporre una interpretazione che, senza cadere in improbabili complottismi, metta assieme alcuni fatti che ci portano a pensare che la riforma della Costituzione italiana si renda necessaria come scambio politico fra questo Governo e la finanza internazionale. Sia chiaro che non si fa qui riferimento a una cospirazione occulta, e tantomeno a un progetto eticamente censurabile, ma a una sequenza di eventi che quantomeno fanno seriamente dubitare della narrazione governativa. Andiamo per ordine. Continua

Mi piace(1)Non mi piace(0)

Eccoli, i perché della nuova Costituzione

partito-anti-democratico
Di Raniero La Valle *

Cari amici,
poiché ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo?

Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni.
E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.

E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afganistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio.
E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.

Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania.
E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali. Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)

Abbiamo circa due mesi di tempo per far vincere la Democrazia

14322378_1041454075970406_5268788338796938063_n
Cari amici,

come vi abbiamo promesso fin dal primo numero, il Fatto Quotidiano farà di tutto per difendere la Costituzione che oggi è sotto attacco dalla riforma Renzi-Boschi-Verdini.

Da ieri conosciamo la data del referendum confermativo: il 4 Dicembre 2016.

Abbiamo quindi circa due mesi per sfidare la cappa governativa sull’informazione che lascia spazio, su tv e grandi giornali, soltanto alle ragioni del Sì.

Oggi, martedì 27 Settembre 2016, in edicola troverete un numero speciale del Fatto Quotidiano: quattro pagine che avvolgono il giornale dedicate al No, una copertina manifesto, una doppia pagina con tutte le principali ragioni per opporsi alla riforma e le infografiche da tagliare e diffondere per informare i vostri parenti, amici e colleghi.

Conservatele quelle pagine, perché non ne troverete di simili sugli altri giornali.

Da oggi, ogni giorno, sul Fatto trovate anche una pagina con interviste e approfondimenti dedicati al voto. Lì pubblichiamo anche i contributi che ci state mandando dalla sezione del sito “Fatto da voi” : interviste, vignette, disegni, poesie, testi.

Sempre dal sito potrete acquistare anche le magliette del No, per rendere visibile il vostro dissenso.

Questa è una sfida impari, che si può vincere soltanto con la creatività e la pazienza, per riuscire a spiegare a quante più persone possibile come e perché questa riforma minaccia la Costituzione che è il pilastro su cui poggia la nostra democrazia.

Insieme, e soltanto insieme, possiamo farcela.

Ci vediamo in edicola e sul sito per i vostri contributi

Un caro saluto

Stefano Feltri
vice direttore il Fatto Quotidiano

Fonte: https://www.change.org/p/ho-firmato-contro-i-ladrididemocrazia/u/17970521.

Mi piace(1)Non mi piace(0)

Chi ha rubato la cattedra?

Il diavolo in cattedra
La straordinaria messe di notizie che ci investe quotidianamente e che impegna duramente le nostre celluline grigie (direbbe Poirot) finisce a volte per rendere irrilevanti, tra le tante, quelle pochissime veramente degne di riflessione e di attenzione.

Mi riferisco alla formidabile novità contenuta nelle parole dell’attuale santo padre, il buon Bergoglio, alias Francesco, il quale ha più volte ribadito un rivoluzionario concetto di ispirazione cristiana secondo il quale coloro che affermano di uccidere in nome di Dio in realtà bestemmiano: le sue parole esatte sono state: “ Uccidere in nome di Dio è satanico!”.

Lo ha gridato in faccia al mondo intero il 14 corrente mese in occasione della celebrazione, in santa Marta, di una messa a suffragio dell’anima del sacerdote francese Jacques Hamel sgozzato nella chiesa di Rouen da un fanatico islamista in nome di un dio di nome Hallah, che sarebbe stretto parente del dio cristiano ed ebreo.
Non si tratta di una novità in senso assoluto in quanto papa Francesco un analogo concetto, quasi con le stesse parole, lo aveva già espresso nel novembre 2015 per commentare la strage di Parigi. Q
uella volta le sue parole furono: “Usare il nome di Dio per uccidere è una bestemmia!”.

Si tratta di una affermazione di principio in materia religiosa per cui il papa parla con competenza assoluta: chi potrebbe negarlo?
Però questo fa sorgere in noi non credenti e scettici, nonché apostati, atei o agnostici, un dubbio non da poco: come la mettiamo con il famoso dogma, enunciato da papa Pio IX, dell’infallibiltà papale in materia di fede, quando il cosiddetto santo padre parla “ex cathedra”?

In queste occasioni papa Francesco parlava “ex cathedra” rivelando quindi verità di fede oppure stava soltanto facendo delle battute di spirito?
Nel primo caso il suo principio di fede farebbe rivoltare nelle tombe e nei sarcofagi tutte le anime dei papi che nei secoli hanno solennemente affermato, come principio assoluto di fede, esattamente l’opposto di quanto da lui altrettanto solennemente enunciato. Continua

Mi piace(1)Non mi piace(0)

Italia 2016. Guerre civili quotidiane.

Non ci sono soltanto le guerre esterne, in cui l’Italia, di soppiatto, aggirando il Parlamento, e violando la Costituzione, si infila, nel silenzio dei media.
Esistono anche le guerre interne.
La guerra sociale che ogni giorno si manifesta in una conflittualità diffusa come non mai, ovunque, e in ogni settore, dalla scuola in via di devastazione sotto una ministra incompetente quanto presuntuosa, alle aziende che nugoli di speculatori acquistano per mandare in fallimento e “delocalizzare”, in paesi dove il sindacato è praticamente inesistente…; e così via.
Ed esistono le guerre dei disoccupati e degli inoccupati per avere un lavoro, ma anche le guerre che il lavoro conduce senza dichiarare ai lavoratori: lavoro usurante, lavoro a rischio, lavoro senza protezione: e ci basta un’occhiata distratta ai titoli delle news (neppure in prima pagina, peraltro), per averne sentore.
Un lavoratore a Piacenza, messo sotto da un camion che sgherri padronali usano come un’arma contro chi è in sciopero.
Un altro, schiacciato da un rullo in quella fabbrica di morte che è l’Ilva di Taranto.
Un terzo, folgorato dai cavi dell’alta tensione a Roma.
Un quarto, travolto da un macchinario in campagna.
Basta? È il bollettino di guerra delle ultime 24 ore.

Ma Renzi ci assicura (lo ha dichiarato pochi giorni fa, in Giappone) che “l’Italia ha un grande futuro”.
Davvero? Per ora, nelle sue mani, ha un pessimo presente, e lui stesso se ne sta accorgendo, anche se ostenta la sua sicumera da bulletto di periferia.

Ovunque vada sono dolori. Mai nessun capo di governo ebbe un trattamento simile.
Fossi in lui qualche domanda me la farei, invece di continuare a gigioneggiare. Chissà se sente che quei morti, come gli altri che li hanno preceduti, e quelli che, ahinoi, li seguiranno immancabilmente, pesano anche sulla sua coscienza, di governante che ha come missione quella di precarizzare, cancellare garanzie, togliere sicurezza, eliminare la parola speranza dal lessico di milioni di donne e uomini.

Presidente Renzi, questo “grande futuro” vogliamo vederlo alle nostre spalle, e contiamo di gettare anche lei, al più presto, nel dimenticatoio della storia.

Angelo D’Orsi

Fonte: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10209437854937277&set=a.1195768068329.30332.1652282070&type=3&theater.

Mi piace(1)Non mi piace(0)

Fermiamo la guerra al popolo curdo

14333588_1296434173709573_4777177557238494437_n

di Alessio Di Florio

In Kurdistan da decenni prosegue una vera e propria guerra di persecuzione da parte dell’esercito turco. Una guerra diventata ancor più violenta e repressiva, se possibile, negli ultimi anni. La Rete Italiana di solidarietà con il popolo curdo nel dicembre scorso denunciò che quotidianamente i civili curdi vengono “giustiziati da polizia e esercito turchi con l’impiego di tank”, cecchini “sparano a donne e bambini perfino all’interno delle loro case, a ragazzini che vengono abbattuti nelle strade perché hanno osato scavare trincee per non far passare i carri armati dell’esercito e difendere così le proprie case e i propri cari” in quello che il deputato HDP Ferhat Encü definì “una pulizia etnica” con “lo stato turco attacca civili con armi pesanti, come se si stesse confrontando con militari di un altro stato”.

Il fallito (o presunto) golpe dello scorso luglio contro Erdogan ha portato ad un ulteriore inasprimento cruento della guerra turca contro il popolo curdo, all’insegna di una totale repressione. Nei giorni scorsi ventotto municipalità nei distretti di Sur e Silvan a Diyarbakir sono state sequestrate dallo Stato turco sostituendo i sindaci democraticamente eletti con fiduciari del governo Erdogan. 11.500 sono gli insegnanti curdi sospesi dopo il “golpe” di luglio, perché considerati vicini al Pkk e al popolo curdo (leggi anche Erdogan sospende 11mila docenti kurdi). Senza dimenticare le condizioni in cui è incarcerato Abdullah Ocalan. Solo nei giorni scorsi, e dopo uno sciopero della fame per la fine dell’isolamento del leader curdo (di cui non si avevano più notizie da circa 510 giorni), è stato consentito al fratello Mehmet di visitarlo. Tutto questo avviene, come abbiamo già riportato nei giorni scorsi, anche grazie all’ipocrita complicità delle cancellerie occidentali. Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)

Le balle ora si chiamano “post-verità”. Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte…

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità“.

200px-bundesarchiv_bild_146-1968-101-20a_joseph_goebbels
Benvenuti nell’era che non crede più ai fatti

Pierre Haski, L’Obs, Francia
L’espressione è apparsa nel 2004 in un libro pubblicato negli Stati Uniti, ma è nel 2016 che ha acquisito un senso più compiuto: post-truth, postverità.
La formula descrive la pericolosa tendenza delle democrazie occidentali a non credere più ai fatti nel dibattito politico, bensì alle menzogne pronunciate in tono sicuro.

Nel suo libro The post-truth era (L’era della postverità), Ralph Keyes definisce la menzogna “un’affermazione falsa, fatta in piena cognizione di causa con l’obiettivo d’ingannare”. Un esempio? La campagna referendaria per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sosteneva che Londra versava all’Ue 350 milioni di sterline alla settimana e che tale denaro sarebbe potuto essere investito nel servizio sanitario nazionale in caso d’uscita dall’Unione europea. L’affermazione era chiaramente falsa: non erano vere né la cifra né la promessa. Ma una volta scritta sugli autobus britannici a due piani è diventata credibile.

Ora il testimone della post-truth è passato a Donald Trump, e questa tendenza si intravede già nei primi dibattiti per le elezioni presidenziali francesi.

Dire quel che fa comodo
Nel caso di Trump la cosa più stupefacente è che un paese moralista come gli Stati Uniti ha spesso considerato la menzogna una cosa più grave dei fatti che si volevano nascondere. Sono stati la bugia e lo spergiuro, più che il furto con scasso, a portare all’impeachment di Richard Nixon dopo lo scandalo Watergate. Continua

Mi piace(1)Non mi piace(0)

Referendum costituzionale: il “nuovo” che rappresenta il vecchio

iovotono
Occorre rovesciare una retorica un po’ stantia che si basa sul ragionamento elementare secondo cui cambiare significhi sempre migliorare.
Il “nuovo” non soltanto non è necessariamente il “meglio”, ma non è neanche davvero e sempre “nuovo”.
Prendete la riforma costituzionale: si usa l’argomento del cambiamento come se ciò fosse sinonimo di miglioramento.
E a chi (tra i sostenitori meno convinti) fa notare che neanche la riforma cosiddetta Boschi è perfetta, si risponde “Non sarà perfetta, ma intanto è un cambiamento”.

Gli antichi Greci, padri della democrazia, o anche le colonie magnogreche, avevano orrore del cambiamento tanto da proteggere le leggi con un sistema di modifica che aveva chiarissima la gravità dell’atto: all’apposita commissione dei Nomoteti ad Atene spettava la decisione finale sulle proposte di nuove leggi; a Locri Epizefirî Zaleuco, estensore mitico delle leggi che governavano la città, aveva previsto la legge del laccio per la quale, secondo il racconto di Demostene, chiunque a Locri avesse voluto proporre una nuova legge, avrebbe dovuto farlo con un laccio intorno al collo.
Qualora la proposta non fosse stata approvata, egli sarebbe morto soffocato.
Stobeo conferma l’idea che la legge del laccio avesse lo scopo dipreservare l’antico diritto e l’assetto costituzionale della colonia, affinché i fondatori della città non dovessero incorrere nuovamente nell’ingiustizia subita nella madrepatria, da cui erano stati scacciati.

Non si tratta di una tentazione passatista per un sistema lontano secoli e con enormi differenze rispetto a ciò che oggi chiamiamo “democrazia” (qualunque cosa voglia dire, dato che tale definizione spesso camuffa un governo degli ottimati o dei tecnocrati o della finanza).
Si tratta solo di ribadire che “cambiare” di per sé è una parola vuota, e che i contenuti possono anche essere insoddisfacenti, o addirittura dannosi. E che “non cambiare”, invece, può voler dire cambiare molto.

Prendiamo ancora la riforma: se vince il “No” cambia tutto, se vince il “Sì” non cambia niente.
Infatti con il “Sì” non cambia il ruolo invadente della politica e segnatamente del governo in tutti i gangli vitali della vita pubblica del paese: il tentativo di accentramento verticistico del potere decisionale imprimerà un’accelerazione al processo di esautoramento del pluralismo culturale e politico (processo che è già in uno stadio avanzato).

Se vince il “No” cambia tutto sul piano politico: persino un eventuale “Renzi bis” sarebbe costretto a rimettere in discussione l’ubriacatura oligarchica e decisionistica (che poi è quasi solo una retorica, una fola: decidere tutto per non decidere niente) in cui ci siamo cacciati iniziando – per stare alla cronaca, ma potremmo andare più indietro nel tempo – col Porcellum, che consentiva ai partiti di spadroneggiare sulla selezione della classe politica a discapito degli elettori, passando per la lettera di Trichet e Draghi su su fino ai governi dell’eccezione.
Se vince il “Sì” tutto questo non cambia, anzi si consolida e cristallizza per sempre, dando corpo al vecchio sogno prima craxiano e poi berlusconiano di un premierato forte o del “semipresidenzialismo”, trasfigurati ormai però dall’ingerenza delle burocrazie europee e della finanza mondiale.

Se vince il “No”, l’incantesimo si spezza: nessuno, almeno per qualche anno, potrà farsi prendere dalla fregola di inseguire ancora il progetto di svuotamento della democrazia parlamentare.
Se vince il “Sì”, l’idea di prendere sul serio la democrazia, di ridare parola ai cittadini, di garantire la rappresentanza, di equilibrare governo e parlamento per garantire a questo rappresentatività e pluralismo e a quello efficacia e velocità, subisce un colpo (forse) mortale.
Se vince il “No” non cambia la lettera della Costituzione, ma cambia radicalmente il segno delle riforme chieste dai cittadini.

Del resto, il fatto che se la Carta non cambia può cambiare ugualmente molto è iscritto nella storia della vita della Costituzione stessa: per esempio il mutamento della legge elettorale ha prodotto, a lettera immutata, un tale scossone da far passare dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Perché il “No” non significa “No e basta”. Il “No” significa “Si cambi, ma rispettando la costituzione e i cittadini“.
Chi pensa che il No sia la scelta dell’immobilismo, sbaglia. Certo in qualcuno quella tentazione passatista ci sarà pure. Ma il “No” è la posizione della mobilitazione, del movimento, della richiesta di cambiamento e novità. Il “Sì” è conservatore, insegue un progetto vecchio.

Fonte:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/10/referendum-costituzionale-il-no-e-per-il-cambiamento-il-si-e-conservatore/3023114.

Mi piace(2)Non mi piace(0)

QUESTIONE CURDA E CONFLITTO SIRIANO

UNA QUESTIONE IRRISOLTA

Di recente nel quadro del già complicato scenario del conflitto siriano è esplosa la questione curda, con violenza e foriera di complicazioni notevoli per tutti i soggetti del Vicino e Medio Oriente che ne temono i contraccolpi. Le loro preoccupazioni sono aggravate dal palese e massiccio appoggio ai Curdi di Siria da parte degli Stati Uniti, direttamente presenti sul terreno a prescindere dal non esservi stati chiamati da quello che – piaccia o no – in base al diritto internazionale è il legittimo governo della Siria (simpatie e antipatie rimangono extragiuridiche) e con cui mantengono regolari rapporti paesi non di secondo piano come l’India e la Cina. I soggetti in questione sono notoriamente Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Emersa con la fine della Grande Guerra, la questione curda è rimasta irrisolta non tanto per la cattiveria e l’ottusità dei governanti di quei paesi – che tuttavia ci sono state e l’hanno aggravata – quanto e soprattutto a causa di due fattori geopolitici: la frammentazione del Kurdistan geografico all’interno delle entità statali costituite da Gran Bretagna e Francia per i rispettivi interessi imperialistici (il caso della Turchia kemalista è del tutto a parte); nonché i fragilissimi “equilibri” interni di tali nuovi Stati (dalle frontiere palesemente tracciate col righello sulla carta geografica) sotto i profili etnico, religioso e sociale; di modo che i loro poteri centrali hanno visto un concreto pericolo di disintegrazione nella pur minima concessione di autonomia alle minoranze curde.
In linea generale della questione curda per decenni e decenni non è importato molto alle potenze esterne all’area, mentre in essa gli Stati spesso e volentieri hanno cinicamente e in vario modo appoggiato i Curdi altrui mentre reprimevano quelli di casa propria. Mancando appoggi internazionali, è mancata altresì la strumentalizzazione esterna del problema, naturalmente a scapito ulteriore dei Curdi: non si dimentichi il male derivato agli Armeni alla fine dell’Impero ottomano a causa delle istigazioni esterne in senso nazionalistico senza proposizione di soluzioni concrete e possibili, ma sostenute da reiterate e mai mantenute promesse di aiuto e difesa.

LE PREMESSE

Esistendo l’Impero ottomano, era assente una «questione curda», al pari del nazionalismo arabo, limitato a ristrettissime élite senza radici popolari: il mito di Lawrence d’Arabia – sicuramente ben costruito sul piano mediatico – è del tutto fuorviante, tant’è che quel personaggio mobilitò (a pagamento) solo qualche migliaio di beduini del deserto fra le attuali Giordania e Arabia Saudita. Le cose invece cambiarono per tutti a seguito del crollo di quell’Impero.

provisions-of-the-treaty-of-sèvres-for-an-indipendent-kurdistan-1920

Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)

Perché la Turchia entra in Siria? Contro il popolo kurdo, che combatte Daesh !

55504bc5-358d-4e13-b0d2-8c934266fdd8
Nuova offensiva turca nel nord della Siria con la benedizione degli USA e del Cremlino.Obiettivo: fermare il confederalismo democratico. I Curdi , rischiano ora di essere moneta di scambio tra Erdogan, Obama e Putin.

Alcuni tweet lanciati da attivisti curdi nella tarda serata di martedì 23 agosto preannunciano l’inizio dell’operazione. La città di Karkamis, gemella di Jarablus sull’altro lato del confine turco-siriano è stata evacuata. Dopo 3 giorni di bombardamenti contro “ISIS e PYD” centinaia di truppe e decine di carri armati sono schierati per chilometri lungo quella striscia di terra che la Turchia condivide da oltre 2 anni e mezzo con ISIS. Poche ore dopo viene lanciata ufficialmente l’operazione “Scudo dell’Eufrate”.

“Scudo dell’Eufrate’”: impedire che Jarablus venga liberata dai curdi

Alle 4 di notte la Turchia invade ufficialmente il nord della Siria sconfinando con oltre 30 carri armati e circa 1000 uomini immortalati in una lunga fila indiana mentre marciano verso il confine. Piuttosto che prepararsi alla battaglia per la liberazione di una città occupata da Daesh, sembrano più impegnati a scattare selfie, posare per i fotografi e salutare alzando talvolta le armi, talvolta facendo il “gesto delle corna”, il saluto fascista utilizzato dal movimento dei lupi grigi legato a doppio filo con il suo braccio politico, il partito dell’MHP.

Accompagnati dai tank e dai comandanti turchi ci sono gli uomini che Erdoğan e l’Occidente hanno sempre definito i “ribelli moderati”. Stiamo parlando di un pezzo di quella galassia di sigle che sta sotto la definizione di Free Syrian Army e che possiamo racchiudere in particolare nel “battaglione del nord”. Continua

Mi piace(3)Non mi piace(0)

Rubano anche il senso delle parole. Non facciamoci ingannare !

Bw2dQbGCMAEtMEH
Ci sono animalisti che vanno negli zoo o negli allevamenti intensivi e liberano le bestie sofferenti, restituendo loro un giorno o una vita di libertà.

Io, che nella vita vivo di parole e grazie alle parole, sogno a volte di trovare la prigione dove i ladri di parole hanno nascosto quelle rubate – e restituire loro la libertà, la dignità, la verità.

Una volta mi veniva in mente, spesso, la parola “sinistra”.

Che oggi ci pare rubata magari da Renzi o dai salottieri di Capalbio, invece è stata rapita e stuprata già molto tempo prima, dai dittatori e dagli opportunisti, da chi ha rovesciato il sogno di eguaglianza nel tormento totalitario o lo ha disciolto nell’acido del liberismo o in quello della corruzione: delitti uguali e contrari per rubare una parola, sputtanarla, renderla grottesca e vuota, paurosa e inutilizzabile.

E non so nemmeno io se è più liberabile quella parola – sinistra – o se è persa per sempre, ormai all’ergastolo per troppi abusi, da Berija a Pol Pot, ma anche da Craxi a Serracchiani, da Tony Blair a Franceschini, da Luigi Lusi a Davide Serra: che ci dobbiamo ancora dire io e te, “sinistra”, e di quanti secoli di purgatorio hai bisogno?

Sicché di recente le parole che mi sembra meno impensabile liberare sono altre, ugualmente rubate ma forse con più speranza a breve di essere recuperate. Continua

Mi piace(3)Non mi piace(0)

Il nulla a Ventotene. L’Europa delle ingiustizie prosegue imperterrita.

download-6-626x330

Trofie orata e basilico, salmone alle erbe aromatiche, frutta e mousse di ananas nel menù a bordo. Vertice servito

Non siamo morti, perché siamo a Ventotene. Eccola la nuova Europa, che nonostante la Brexit è viva e lotta insieme a noi. Abbiamo in mente tanti progetti. Intese, sintonie, strategie. Sì, ma concretamente? Zero. Angela, Francois e Matteo, illuminati dal sole agostano che accarezza la portaerei Garibaldi si danno appuntamento per un vertice a lungo atteso, tra militari, brezza e chef. All’indomani dell’incontro, il triumvirato dell’Unione Europea sfila con grandi sorrisi sulle prime pagine dei giornali. Titoli gloriosi e rasserenanti. “Ventotene, messaggio all’Europa” (La Stampa), “Ecco la Ue del dopo Brexit” (Repubblica), “L’Europa non finisce con la Brexit” (Corriere della Sera), “La Ue va avanti dopo la Brexit” (Il Messaggero). Parole che portano con sé lo spirito del sollievo, in un Continente fiaccato da crisi dei migranti, uscita del Regno Unito, sfaldamento a est e interessi nazional-particolari che inceppano la macchina burocratica di Bruxelles. Insomma, addio immobilismo, sulla Garibaldi tira aria nuova. Poi il lettore cerca di scavare tra i contenuti, prova a cogliere quella svolta, quel “cambiare verso” che rimbomba da mesi. E cosa trova? Il nulla pneumatico. Il solito ritornello di promesse, sguardi d’intesa, buone intenzioni di coesione, possibilità di strategie. Formule vaghe e neutre. Spiragli. Ma l’editoriale (quasi) unico della stampa italiana, al di là dei toni altisonanti, ha le sembianze di un fiducioso gesto apotropaico per scongiurare la morte dell’Europa. O per incoraggiare i cittadini dei 28 Paesi Ue a sperare ancora. Anche se, come scriveva Kurt Tucholsky, “il popolo per lo più capisce male, ma intuisce bene”. Ad esempio che da Ventotene non esce nessuna nuova Europa, ma sempre la stessa. E che per lei non c’è nessun messaggio. Continua

Mi piace(4)Non mi piace(0)

Dai buchi milionari a Terni alla carriera in Vaticano a Roma

Ultimi fuochi di Paglia. Con una doppia nomina in arrivo

Domani, mercoledì 17 agosto, sarà resa pubblica la doppia nomina di monsignor Vincenzo Paglia a presidente della Pontificia accademia per la vita e a gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

Paglia è dal 2012 presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. Di questo dicastero, però, è già stata decretata la fusione con il Pontificio consiglio per i laici. Entrambi cesseranno le loro funzioni il 1 settembre prossimo e al loro posto nascerà il nuovo Dicastero per i laici la famiglia e la vita, di cui papa Francesco ha pubblicato lo statuto “ad experimentum” lo scorso 4 giugno. Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)

L’Italia di nuovo in guerra, come nel 2011. Ma la Libia non era stata “liberata da Gheddafi” ?

Libia. Cade l’ipocrisia: soldati italiani combattono a Misurata

Prima tre soldati delle forze speciali francesi uccisi, poi l’ammissione del Times che truppe britanniche agiscono sul terreno. Infine, e non poteva essere diversamente, la conferma che anche truppe speciali italiane stanno combattendo in Libia. Nel giro di un mese – una volta che i bombardieri Usa hanno cominciato a lanciare bombe e missili su Sirte (curiosità: lo avevano fatto anche trenta anni fa uccidendo una bambina figlia adottiva di Gheddafi), tutto il castello di silenzio, riservatezza e realpolitik, è stato incrinato da quanto emerge dal territorio libico. Ufficialmente francesi, inglesi, italiani e statunitensi non sono in Libia. Meglio ci sono, ma nel caso dei soldati italiani non ci sono come truppe operative ma con lo status di agenti dell’intelligence. Il governo italiano ha infatti ammesso per la prima volta ufficialmente che militari delle forze speciali sono stati dislocati in guerra in Iraq e adesso anche in Libia. I militari italiani sono impegnati a nei combattimenti contro i miliziani dell’Isis a Misurata dopo essere transitati – come i francesi – per la base militare di Benina posta sotto il controllo del gen. Haftar. Continua

Mi piace(2)Non mi piace(0)