Il nulla a Ventotene. L’Europa delle ingiustizie prosegue imperterrita.

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Trofie orata e basilico, salmone alle erbe aromatiche, frutta e mousse di ananas nel menù a bordo. Vertice servito

Non siamo morti, perché siamo a Ventotene. Eccola la nuova Europa, che nonostante la Brexit è viva e lotta insieme a noi. Abbiamo in mente tanti progetti. Intese, sintonie, strategie. Sì, ma concretamente? Zero. Angela, Francois e Matteo, illuminati dal sole agostano che accarezza la portaerei Garibaldi si danno appuntamento per un vertice a lungo atteso, tra militari, brezza e chef. All’indomani dell’incontro, il triumvirato dell’Unione Europea sfila con grandi sorrisi sulle prime pagine dei giornali. Titoli gloriosi e rasserenanti. “Ventotene, messaggio all’Europa” (La Stampa), “Ecco la Ue del dopo Brexit” (Repubblica), “L’Europa non finisce con la Brexit” (Corriere della Sera), “La Ue va avanti dopo la Brexit” (Il Messaggero). Parole che portano con sé lo spirito del sollievo, in un Continente fiaccato da crisi dei migranti, uscita del Regno Unito, sfaldamento a est e interessi nazional-particolari che inceppano la macchina burocratica di Bruxelles. Insomma, addio immobilismo, sulla Garibaldi tira aria nuova. Poi il lettore cerca di scavare tra i contenuti, prova a cogliere quella svolta, quel “cambiare verso” che rimbomba da mesi. E cosa trova? Il nulla pneumatico. Il solito ritornello di promesse, sguardi d’intesa, buone intenzioni di coesione, possibilità di strategie. Formule vaghe e neutre. Spiragli. Ma l’editoriale (quasi) unico della stampa italiana, al di là dei toni altisonanti, ha le sembianze di un fiducioso gesto apotropaico per scongiurare la morte dell’Europa. O per incoraggiare i cittadini dei 28 Paesi Ue a sperare ancora. Anche se, come scriveva Kurt Tucholsky, “il popolo per lo più capisce male, ma intuisce bene”. Ad esempio che da Ventotene non esce nessuna nuova Europa, ma sempre la stessa. E che per lei non c’è nessun messaggio. Continua

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Dai buchi milionari a Terni alla carriera in Vaticano a Roma

Ultimi fuochi di Paglia. Con una doppia nomina in arrivo

Domani, mercoledì 17 agosto, sarà resa pubblica la doppia nomina di monsignor Vincenzo Paglia a presidente della Pontificia accademia per la vita e a gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

Paglia è dal 2012 presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. Di questo dicastero, però, è già stata decretata la fusione con il Pontificio consiglio per i laici. Entrambi cesseranno le loro funzioni il 1 settembre prossimo e al loro posto nascerà il nuovo Dicastero per i laici la famiglia e la vita, di cui papa Francesco ha pubblicato lo statuto “ad experimentum” lo scorso 4 giugno.

E Paglia ambiva proprio a presiedere questo nuovo dicastero. Intanto, però, ha ottenuto dal papa la doppia carica di cui domani sarà insignito.

Nel 2012 la chiamata di Paglia in curia, nel ruolo di presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, fu uno degli errori più clamorosi compiuti da Benedetto XVI.

Paglia era esponente di spicco della Comunità di Sant’Egidio ed era dal 2000 vescovo di Terni.

Dove certamente non aveva messo in luce, nell’amministrare i beni terreni, la saggezza da “pater familias” che necessita in un buon vescovo.

La riprova è nel lungo e dettagliato comunicato d’addio del penultimo presidente dello IOR, il tedesco Ernst von Freyberg, al momento di lasciare la sua carica nel luglio del 2014.

A spiegazione del magro utile netto del bilancio dello IOR del 2013, di appena 2,9 milioni di euro contro gli 86,6 milioni di attivo dell’anno precedente, von Freyberg segnalò che lo IOR aveva dovuto mettere in bilancio anche “il deprezzamento di 3,2 milioni di euro di un sostegno finanziario concesso alla diocesi di Terni”. Continua

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L’Italia di nuovo in guerra, come nel 2011. Ma la Libia non era stata “liberata da Gheddafi” ?

Libia. Cade l’ipocrisia: soldati italiani combattono a Misurata

Prima tre soldati delle forze speciali francesi uccisi, poi l’ammissione del Times che truppe britanniche agiscono sul terreno. Infine, e non poteva essere diversamente, la conferma che anche truppe speciali italiane stanno combattendo in Libia. Nel giro di un mese – una volta che i bombardieri Usa hanno cominciato a lanciare bombe e missili su Sirte (curiosità: lo avevano fatto anche trenta anni fa uccidendo una bambina figlia adottiva di Gheddafi), tutto il castello di silenzio, riservatezza e realpolitik, è stato incrinato da quanto emerge dal territorio libico. Ufficialmente francesi, inglesi, italiani e statunitensi non sono in Libia. Meglio ci sono, ma nel caso dei soldati italiani non ci sono come truppe operative ma con lo status di agenti dell’intelligence. Il governo italiano ha infatti ammesso per la prima volta ufficialmente che militari delle forze speciali sono stati dislocati in guerra in Iraq e adesso anche in Libia. I militari italiani sono impegnati a nei combattimenti contro i miliziani dell’Isis a Misurata dopo essere transitati – come i francesi – per la base militare di Benina posta sotto il controllo del gen. Haftar.

La notizia, diffusa in Italia da La Repubblica, trova conferma in un documento trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato come “segreto”. Oggi su Sky abbiamo assistito in diretta al patetico tentativo dell’inviato del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, di smentire che in Libia siano operativi dei soldati italiani. Un ultimo atto di giornalismo embedded smentito ripetutamente durante tutta la giornata da numerosi altre fonti. Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), viene specificato che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa – l’art. 7 bis – approvata lo scorso novembre dal Parlamento, un marchingegno che ha consentito al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei corpi speciali ponendoli però sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse, inclusa l’immunità.

Fonte: http://contropiano.org/news/politica-news/2016/08/10/libia-cade-lipocrisia-soldati-italiani-combattono-misurata-082476.

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Siamo di nuovo in guerra, di nuovo in Libia.

Intervento militare in Libia del 2011

COMUNICATO SULLA LIBIA

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO
Italia
5 AGO 2016 — L’Italia è entrata in guerra in Libia, anche se finge di prendere tempo. Il Parlamento italiano non è in grado, collettivamente, di formulare nemmeno un’alternativa. Siamo al disastro politico.

Il CNGNN intende invece formulare la sua valutazione dei gravissimi e intollerabili atti di subordinazione/aggressione cui l’Italia partecipa e di cui condivide la piena responsabilità.

Siamo di fronte a un nuovo episodio di colonialismo, aggiornato in funzione della strategia USA-Nato di demolizione degli stati nazionali per controllare i loro territori e le loro risorse.

Liberare la Libia dalla presenza dell’ISIS è una scusa indecente. È stata la Nato a portare Al Qaeda e l’ISIS in Libia.

L’effetto sarà la riapertura delle basi militari occidentali sul territorio libico. La “missione di assistenza alla Libia”, con l’avallo estero delle Nazioni Unite, consentirà la spartizione “legale” delle preziose risorse energetiche e idriche della Libia e di almeno 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati illegalmente nel 2011, all’atto dell’aggressione e dell’assassinio di un capo di stato
legittimo. Questa rapina di quadruplicherà quando l’export libico tornerà ai livelli precedenti all’aggressione.

Questo è l’unico significato di ciò che accade. L’ISIS si combatte smettendo di aiutarla, finanziarla, consentirle movimenti e azioni. Questo è in atto da tempo, con la connivenza dei servizi segreti di USA, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Israele. Da questa coalizione di aggressori si è ormai sganciata perfino la Turchia.

Ma L’Italia continua a farne parte attiva. I droni partono da Sigonella. Se ci saranno atti di terrorismo contro il nostro paese, vorrà dire che gli italiani sapranno a chi chiedere conto, politicamente e moralmente. Tutto quello che l’Italia decide non è in nostro nome: è contro di noi e contro i nostri figli.

IL CNGNN (Comitato No Guerra No Nato)

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Le papali parole su religioni e guerre

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Di recente – dopo le ultime sanguinose gesta dei jihadisti in Europa – l’attuale Papa ha detto e ripetuto che non è in atto una guerra di religione, perché
«tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri».

Ovviamente si è subito levato un coro di plauso a queste parole, eccezion fatta per i media di destra o centro-destra.
Analogo entusiasmo ha salutato la partecipazione, la scorsa domenica, di imam e di talune migliaia di musulmani a messe cattoliche in paesi europei, tanto da far dire che siamo a una svolta nei rapporti col mondo islamico.

Cominciamo dalle parole papali.

Che tutte le religioni vogliano la pace implica per lo meno l’esistenza di tre elementi:
a) che sotto il nome di “religioni” siano individuabili realtà strutturate efficacemente e capillarmente, alla maniera delle sette per intenderci, talché le azioni dei membri non sfuggano al controllo e non ci siano iniziative di segno difforme, individuali o di gruppo;

b) che nel corpus teologico-ideologico delle religioni – cioè nei loro libri sacri – non esistano passaggi suscettibili di essere utilizzati dai violenti per imporsi all’interno come all’esterno;

c) che nella storia delle religioni non ci siano mai stati episodi, o periodi, in cui il massacro degli “infedeli” fosse presentato come altamente meritorio agli occhi di Dio e che quindi il vessillo della “fede” non abbia mai costituito la giustificazione per il disfrenarsi dei peggiori istinti.

Sul punto c) la smentita della Storia è radicale. Continua

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Turchia, Usa, Russia – Erdoğan e Gülen: prima soci ed ora nemici

TURCHIA: FAIDA INTERNA E PROBLEMI DI POLITICA ESTERA
Pier Francesco Zarcone

L’IMPERO DI FETHULLAH GÜLEN

Per il grande pubblico occidentale Fethullah Gülen è solo il nome esotico di un personaggio che Recep Tayyip Erdoğan – suo ex alleato – addita come nemico pubblico numero uno, dopo averlo messo nella lista dei nemici almeno dal 2013. È finito così un sodalizio a cui Erdoğan deve obiettivamente moltissimo.
Infatti Erdoğan, senza l’appoggio di Gülen, non sarebbe arrivato dove si trova. Inizialmente i due condividevano la stessa visione politica fatta di Islam assertivamente “moderato” e di politica economica sostanzialmente liberista, con un pizzico (all’inizio) di autoritarismo, che del resto nella tradizione turca non guasta mai. Gülen aiutò in modo determinante Erdoğan a diventare prima sindaco di Istanbul e poi, nel 2002, a vincere le elezioni alla testa dell’islamizzante Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – Akp). Come mai? Continua

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Il pericolo della concentrazione di potere – È in atto dal 1992 – ben prima del ddl Boschi

Un Governo debole imprigionato da un Parlamento-palude?
Breve analisi di alcuni luoghi comuni del dibattito sulle riforme

Gran parte del dibattito sulla revisione costituzionale in atto tende a concentrarsi su aspetti caratterizzati da estremo tecnicismo, mentre la discussione condotta sui mezzi di informazione procede, all’opposto, per slogan e prese di posizione precostituite.
Vorrei partire da queste ultime per arrivare, attraverso l’esposizione di dati di fatto e al loro inquadramento sistematico, alla dimostrazione della loro inesattezza.
Il primo punto ha a che fare con le premesse della riforma.
Abitualmente, nel discorso pubblico, chi ne sostiene la necessità dà per scontato il fondamento di tale affermazione. Eppure, se dovessimo girare per le strade chiedendo agli italiani quali sono i temi sui quali è indispensabile intervenire con urgenza, le risposte riguarderebbero il lavoro, la crisi del sistema industriale, le pensioni o l’immigrazione, l’organizzazione dei servizi sanitari, dell’istruzione, oppure il carico fiscale insostenibile da un lato e la diffusa evasione dall’altro. Di una cosa possiamo essere certi: che il bicameralismo, il riparto di competenze tra stato e regioni o l’eterno dilemma tra sistemi elettorali maggioritari o proporzionali non sono argomenti ritenuti interessanti al di fuori di una ristretta cerchia.
Sostengono però i riformatori che proprio il diabolico intreccio tra bicameralismo paritario e sistema elettorale avrebbe sinora paralizzato il Governo, impedendogli di agire come dovrebbe e saprebbe per risolvere i problemi sopra elencati. Insomma, la diagnosi sarebbe semplice e la terapia obbligata: le istituzioni sono paralizzate a causa del Parlamento-palude, perciò razionalizzare la struttura, semplificare le procedure consentirebbe di liberare finalmente le energie del Governo, finora ostaggio impotente di un Parlamento rapace ma inerte, il Parlamento dei fannulloni quotidianamente irriso su tutti i mezzi di comunicazione.
È allora necessario verificare quanto, di tutto ciò, corrisponda al vero.
Propongo qui l’analisi dei dati sulla produzione normativa della legislatura in corso, premettendo che non si discosta significativamente dalle precedenti: il discorso che svolgerò non si riferisce tanto all’attuale Parlamento o al Governo in carica, quanto ai rapporti tra potere legislativo ed esecutivo nell’attuale assetto costituzionale.
Cominciamo dai fannulloni: la tab. 1 riporta dati relativi alla produzione normativa della legislatura in corso. Gli atti normativi primari, in tre anni, sono stati 420, pari a una media di 11, 67 al mese. In sostanza, più di uno ogni tre giorni. Ma, si dirà, tra di essi la maggioranza proviene dal Governo. Osservazione interessante, sulla quale ritorneremo presto. Per ora, limitiamoci a rilevare che la produttività è tutt’altro che scarsa. Anzi, proprio questo dato conforta un’affermazione di segno opposto che spesso sentiamo fare: si producono troppi atti normativi rispetto alla reale necessità.
Dunque, questo Parlamento inerte, che dovrebbe essere drasticamente riformato per diventare più rapido ed efficiente, produce già oggi molte leggi, forse addirittura più di quelle che dovrebbe. Più della quantità, è importante e grave il problema della qualità della nostra legislazione, che però non si presta a semplificazioni né ad un approccio grossolano.
BIANCHI SU DDL BOSCHI parlamento e governo

 

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Il terrorismo quotidiano permanente dell’economia di mercato

Stragi su stragi. Senza tregua. Quasi una al giorno, ormai. Chissà perché, poi, questi orrendi attentati si abbattono sempre nei luoghi pubblici facendo strage di povera gente, di persone comuni, lavoratori e disoccupati, ragazzi e studenti.

Mai una volta – avete notato? – che l’ira delirante dei terroristi si abbatta nei luoghi del potere e della finanza. Mai. Mai un signore della finanza colpito, mai uno statista, mai un “pezzo grosso” dell’Occidente. Strano, davvero, che i pazzi alfieri del terrorismo, che in teoria – si dice – avrebbero dichiarato guerra all’Occidente non prendano di mira chi l’Occidente davvero lo governa.

Se non ci dicessero un giorno sì e l’altro pure che il terrorismo islamico ha dichiarato guerra all’Occidente si avrebbe quasi l’impressione che si tratti di una guerra di classe – gestita poi da chi? – contro lavoratori, disoccupati, classi disagiate: una lotta di classe tremenda, ordita per tenere a bada i dominati, per tenerli sotto tensione, proprio ora che, mentre stanno perdendo tutto, iniziano a sollevarsi (è il caso della Francia della “loi travail”, uno dei Paesi più colpiti dal terrorismo).

E intanto, a reti unificate, ci fanno credere che il nostro nemico sia l’Islam e non il terrorismo quotidiano permanente dell’economia di mercato. Continua

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LA VENDETTA PREMEDITATA DI ERDOĞAN

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di Pier Francesco Zarcone

C’È VOLUTO POCO PER CAMBIARE

Nel corso di una notte in Turchia tutto è cambiato e il peggio deve ancora venire.
Ricorrendo a un’immagine, potremmo dire che prima del fallito golpe la situazione turca era così rappresentabile: il composito settore degli oppositori di Erdoğan costituiva una sorta di fortezza assediata sulle cui mura – dopo la perdita di spazi viciniori – si abbattevano i colpi degli arieti islamici dell’ex sindaco di Istanbul diventato Presidente della Turchia: tuttavia quelle mura bene o male tenevano.
Oggi invece sono improvvisamente crollate, le orde di Erdoğan sono entrate e scorrazzano indisturbate in quella che potrebbe diventare assai presto una “cittadella della memoria”.
Si è sempre parlato di una metaforica agenda politica islamista di Erdoğan, e tutto fa pensare che siamo di fronte a una limpieza [rastrellamento massiccio (n.d.r.)] diretta a concretizzarla. D’altro canto il vero Erdoğan non è mai stato il presunto islamico “moderato” mistificato dai media occidentali, bensì colui che in piena convinzione amava recitare i bellicosi versi
«Le nostre moschee sono le nostre caserme, le nostre cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati».
Gli oppositori – già in precedenza intimoriti e con sempre più ridotta voglia (e possibilità) di contrapposizioni frontali – oggi sono costretti al silenzio e all’acquiescenza sperando almeno di evitare guai maggiori. Ed è sintomatico che invece il partito Mhp (vale a dire l’erede politico del kemalismo!) – attraverso il suo leader Devlet Bahçeli – si sia allineato alle velleità governative di ripristino della pena di morte (tanto, come ha detto Erdoğan, la pena di morte è dappertutto tranne che nell’Unione europea! Che non è male come giustificazione omicida…).
In buona sostanza Erdoğan sta ridisegnando a proprio uso e consumo una nuova Turchia al cui interno gli oppositori dovrebbero avere ben poco da opporre e molto da tacere. Si parla di circa 90.000 epurati, fra arrestati e dimessi dal lavoro. La cifra è impressionante, e se si va a vederne i dettagli la preoccupazione aumenta in modo esponenziale. Innanzitutto (e proprio l’entità di quella cifra lo dimostra, altrimenti il golpe avrebbe vinto) non sono finiti nel tritacarne di Erdoğan solo i golpisti.
Il vicepremier Numan Kurtulmus ha comunicato che gli imprigionati per complicità nel golpe sono 9.322, ma un tribunale di Istanbul ha rinviato a giudizio finora solo 278 persone per complicità col golpe. Il resto degli epurati riguarda gli asseriti sostenitori (anche solo simpatizzanti) di Fethullah Gülen.

ALCUNE CIFRE SULL’EPURAZIONE IN ATTO Continua

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Il Bersanellum o di come peggiorare il peggio.

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“Porcherie bersaniane” di Leonardo Mazzei

Ecco in pista la legge anti-M5S. Porta la firma di Bersani… sempre fedele alla “Ditta”

Si può fare una legge elettorale più antidemocratica dell’Italicum? Ovviamente sì.
Al peggio, si sa, non c’è limite. E la minoranza Pd (per favore non chiamiamola “sinistra”) è lì per ricordarcelo.

Ieri l’altro alla Camera il mitico Roberto Speranza, il campione mondiale delle ritirate parlamentari, ha presentato l’ennesima legge elettorale truffa. Se ne sentiva la mancanza…
Ma dire truffa è dire poco, perché il cosiddetto “Bersanellum” – dal nome del capo un po’ suonato di una corrente sempre più stordita – è il peggio che sia mai stato presentato sull’italica piazza.
E sì che nella fiera di questi anni se ne son viste e sentite di tutti i colori.

Diciamo che in un’ipotetica graduatoria, da zero a dieci, sulla democraticità delle varie leggi elettorali, se il voto all’Italicum è due, quello al Bersanellum non può che essere zero.

Ma perché ce ne occupiamo, visto che i bersaniani contano (e meritatamente) come il due di picche quando briscola è denari? La ragione è presto detta: perché costoro hanno alle spalle ben altre forze.
Ad oggi la loro proposta è destinata a restare in frigorifero, ma dopo il referendum verrà di certo scongelata.

Quali sono le forze che si muovono dietro l’improbabile Speranza?
Ieri mattina, in un’intervista al Foglio, ecco dove va a parare Giorgio Napolitano: Continua

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Golpe in Turchia: quello vero è adesso.

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IL GOLPE IN TURCHIA: UN TRAGICO ENIGMA

di Pier Francesco Zarcone

Fare della “dietrologia” è cosa per molti antipatica e magari insopportabile. Riguardo al recente e fallito golpe turco commenti dietrologici sono già stati presentati anche da illustri giornalisti non tacciabili di ignorare le faccende del Vicino Oriente né di ingenuità credulona. Ad ogni modo dal canto nostro non possiamo fare a meno di porci delle domande spontanee, o meglio formulare la domanda di base: “Ma che razza di golpe militare è mai stato quello del 15 luglio?”.
Possiamo pure evitare i raffronti con i precedenti colpi di stato nella quasi secolare storia della Repubblica di Turchia – i quali con precisione e rapidità assolute in brevissimo tempo dettero ai golpisti il totale controllo del paese – e limitarci a quanto è appena accaduto. Da questi recentissimi fatti consegue un giudizio tecnico (plausibile al di là delle apparenze?) di totale e strana incompetenza dei capi golpisti, se non addirittura di loro imbecillità.
Ebbene, è concepibile che il primissimo atto del golpe non sia stato l’arresto di Erdoğan in villeggiatura a Marmaris?
Perché non sono stati messi fuori funzione trasmettitori e ripetitori dei telefoni cellulari, nonché Internet? Continua

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I prenditori di lavoro, datori di buoni pasto.

Dove porta la corsa verso il basso

Il taglio minimo dei buoni pasto cartacei è di 5,29 euro, mentre il voucher costa 10 euro l’ora, per un salario netto di 7,50 euro.

È anche per questo, probabilmente, che alcuni individui (mi rifiuto perfino di chiamarli imprenditori, per rispetto di quelli che lo sono veramente) hanno deciso di usarli come stipendio.
No, non oltre allo stipendio: proprio come paga, senza nient’altro. Niente soldi. Ovviamente, niente contributi. Solo buoni per mangiare.

È l’ultimo, grottesco, effetto del dumping salariale e di diritti a cui assistiamo da alcuni decenni.
Si è iniziato con i Co.co.co. e gli interinali (pacchetto Treu, 1997), si è passati ai somministrati, agli intermittenti, ai co.co.pro e ai primi voucher (legge Biagi, 2003), si sono quindi ampliati a dismisura i contratti a termine (decreto Poletti, 2014) e quindi estesi all’infinito i voucher stessi, rendendo nel contempo tutti gli altri licenziabili, demansionabili e telecontrollabili (Jobs Act, 2015). Continua

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Giornalismo 1 Vaticano 0

copj170.asp
Vatileaks, una vittoria del giornalismo
(https://it.wikipedia.org/wiki/Vatileaks)

La sentenza dimostra che chi racconta storie verificate e non diffamanti non deve avere paura di essere censurato. Nemmeno in Vaticano. E che vale la pena combattere battaglie di principio
di Emiliano Fittipaldi

Se il processo in Vaticano a due giornalisti e a due libri è stato una farsa, la sentenza finale ha dato un senso pieno a una battaglia durata sette mesi. Una battaglia per la libertà di stampa che non è stata vinta solo da due giornalisti: la vittoria dei principi liberali – al netto dell’improbabile carcerazione – è una vittoria colettiva. Della stampa, e dell’opinione pubblica che ha diritto ad essere informata. Sempre, anche quando si tratta dei segreti finanziari del Vaticano.

Ieri sera i giudici di papa Francesco non hanno solo assolto la libera stampa. Hanno fatto letteralmente a pezzi l’impianto accusatorio del promotore di giustizia, che considerava il sottoscritto e Gianluigi Nuzzi colpevoli di aver «concorso moralmente» nella divulgazione di notizie riversate, grazie «all’impulso psicologico» che con la loro «presenza e disponibilità ha contribuito a rafforzare il proposito della rivelazione delle notizie» di due funzionari vaticani, monsignor Balda e Francesca Immacolata Chaouqui. «Chi riceve notizie normalmente non è punibile. Ma stavolta i giornalisti sono stati una ragione essenziale per divulgare le notizie», hanno spiegato i magistrati nella requisitoria. Continua

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I morti a Dhaka: le parole (come sempre) sono fondamentali.

Rana Plaza rescue
Pillole di radio, tra stanotte e stamattina:

“Diplomatici occidentali”. Ma erano in gran parte imprenditori. Ed erano italiani e giapponesi. I giapponesi sono occidentali? Sono forse filo-occidentali?

“Ma allora ci chiediamo, come si chiede il premier del Bangladesh, che musulmani sono questi?”

Il premier del Bangladesh è una donna (e in Italia ancora non ci è toccato una presidente del Consiglio…). Sheykh Hasina Wazed è alla guida del Paese da dodici anni, suddivisa in due periodi al governo. Fa parte di quella tradizione delle donne al potere in grandi Paesi del subcontinente indiano di cui non si parla praticamente mai.

“Che musulmani sono questi?” Ma perché, sono musulmani o sono terroristi, quelli che hanno seminato morte nel ristorante di Dhaka? Ai terroristi delle Brigate Rosse abbiamo dato la patente di comunisti? Abbiamo descritto i terroristi dell’IRA come ferventi cattolici? La distinzione è fondamentale, sempre. Nelle nostre conversazioni, e ancor di più se di mestiere si fa il/la giornalista. Oltre un miliardo e mezzo di persone musulmane accomunate a una banda di criminali e terroristi che usa una bandiera fintamente religiosa, e che molto spesso – lo si è visto in Europa – non ha una frequentazione seria e profonda con la fede. La fede diventa un’ideologia, il vessillo di mercenari come mercenari sono quelli dell’ISIS.

Ho ascoltato alla radio, alla radio di Stato, tra stanotte e stamattina, una pletora di stereotipi, luoghi comuni, inesattezze, generalizzazioni. Vi è stata una incapacità di distinguere, e di fare domande serie. Carlo Jean cita il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi che promuove negli anni recenti l’islam riformatore, e il conduttore non gli chiede che fine hanno fatto 40mila persone nelle carceri egiziane, in una fase in cui le nostre relazioni si sono raffreddate per il caso Regeni. Un esperto di terrorismo, Iacovino, ha messo insieme gli attentati (“quasi quotidiani”…..[sic!]) in Israele e quelli a Kabul. Sempre Iacovino cita Al Azhar per un modello più moderato di Islam [sic!], e parla del jihadismo nelle moschee, ma evita accuratamente di rispondere alla domanda sull’influenza dell’Arabia Saudita sulle madrasa in giro per il mondo. Continua

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